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Il Salento non è la Valle d‘Itria: l’improvvisazione e lo scempio dell‘ambiente #adessonews

LECCE – Solo con i dati definitivi, che non saranno disponibili prima dell’autunno, avremo la possibilità di giudicare con cognizione di causa l’andamento della stagione estiva in provincia di Lecce.

Dal gioco di sponda tra social e giornali – oramai consolidata prassi per lanciare sassi nello stagno – è scaturito nelle ultime due settimane un dibattito, caratterizzato da un certo allarmismo e fondato sull’assioma di un calo delle presenze a luglio. Insomma, i primi segnali, dicono, non sarebbero dei migliori.Intanto, però, è bene chiarirsi sul termine di confronto: quello con l’anno precedente (ma anche con il 2020), dato per scontato e dichiarato in tanti interventi, è sbagliato dal punto di vista del metodo perché nel biennio della pandemia il mercato domestico (quello dei turisti italiani) ha premiato per forza di cose il Salento con una spinta irripetibile.

Non potendo raggiungere altre destinazioni mediterranee e tra tante variabili – aperture temporanee, regole e accorgimenti diversi, andamento del contagio – in tanti hanno scelto il Tacco d’Italia, anche all’ultimo momento, come rifugio sicuro e più affidabile. Certo, contestualmente in Puglia e nel Salento ci sono stati meno turisti stranieri, per i medesimi motivi, ma considerando l’incidenza sul totale, ancora molto indietro rispetto ad altre regioni italiane, il saldo è stato positivo, oltre ogni previsione. Il paragone con il 2021 è dunque viziato da doping, da circostanze si spera superate, e chi lo propone non fa un buon servizio alla causa del territorio.

Ma il tema è anche un altro ed è tangibile nell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi che abbiamo assistito nel corso degli anni all’ascesa del Salento come meta privilegiata. Qualcuno, a dire il vero, ha anche cercato – in tempi non sospetti – di porre il problema del rischio cui si sarebbe andati incontro inseguendo obiettivi meramente quantitativi e trascurando la necessità di tener conto del punto di rottura che ogni spazio ha rispetto alla pressione dell’uomo e delle sue attività. Prediche minoritarie a fronte di un partito trasversale e sempre in gran salute che annovera gruppi imprenditoriali e interessi di categoria tutti inclini al consumo di suolo, al turismo intensivo. Questo nella convinzione, molto tipica di certa mentalità italiana e in particolare meridionale, che sia meglio un uovo oggi che una gallina domani. Tra i volumi d’affari e il consenso elettorale – e organi di informazione legati a doppio filo con la politica – esiste del resto sempre un legame forte e questo spiega la non adeguata forza delle iniziative pubbliche in termini di ambiente e di sviluppo sostenibile.

Nella bolla del Salento lu sule lu mare lu ientu – un vero e proprio mantra dietro il quale non c’è alcun pensiero critico e utile – ha preso piede un diffuso assalto alla diligenza condotto con spregiudicata approssimazione: nel settore extralberghiero soprattutto c’è stato un aumento enorme dell’offerta, spesso a fronte di servizi mediocri e soluzioni abitative insoddisfacenti. Per ogni anziano parente defunto è nato un B&b (è una provocazione, è chiaro).

Nella ristorazione, ben prima dell’aumento delle materie prime e di tutto ciò che ne è conseguito – fenomeni solo degli ultimi mesi –, i prezzi sono aumentati così tanto che le persone hanno iniziato a fare la spesa al supermercato, a  prepararsi i panini e a ridurre al minimo pranzi e cene fuori. Davanti all’idea che le masse si sarebbero riversate nel Salento per chissà quanto tempo hanno preso vita iniziative imprenditoriali senza arte né parte, con offerte culinarie mediocri e pretese notevoli.

Gli stabilimenti balneari non si sono certo sottratti alla corsa al rincaro, anzi, spesso l’hanno anticipata: il costo medio di un ombrellone (e due lettini) è cresciuto di anno in anno e per una famiglia di quattro persone una giornata tipo al mare è diventata una gratificazione abbastanza proibitiva. Si presume, forse, che l’esercito di riserva dei vacanzieri possa assicurare ricambio continuo al ritmo di almeno 60/80 euro, mentre coloro che si distinguono per politiche di prezzo più abbordabili sono oramai eccezioni che si puntano sulle dita di una mano. 

C’è davvero, dunque, da stupirsi se qualche imprenditore o ristoratore annusa un calo dalle impressioni di un luglio segnato dall’inflazione? Viene da pensare che sia arrivato il momento in cui il Salento si deve rendere conto di non essere la Valle d’Itria, se non in alcuni segmenti di offerta altamente qualificata che, infatti, non risentono nemmeno di una virgola del presunto calo. La Valle d’Itria si continua a distinguere per professionalità e qualità dei servizi, che sono tratti distintivi da decenni, ma c’è anche un elemento che non viene mai adeguatamente considerato: il rapporto tra residenti, attività economiche e ambiente è molto più equilibrato e sano di quello che si registra quotidianamente dalle nostre parti.

In provincia di Lecce sono aumentati a dismisura gli incendi: a quelli tradizionalmente dolosi, dovuti a piromani o a intenzioni speculative, si sono affiancati negli ultimi due anni quelli appiccati per eliminare gli ulivi seccati dal batterio della Xylella. Una pratica talmente diffusa e a cui è impossibile far fronte coi mezzi a disposizione che, di fatto, si è deciso di non contrastarla salvo che non ci sia pericolo per le persone. Il paesaggio agricolo, colpevolmente indirizzato alla monocoltura, è letteralmente devastato in alcune sue aree, irriconoscibile. Ci sono poi le tante discariche abusive nelle campagne, che rinascono puntualmente a ogni intervento di bonifica, laddove viene fatto.

Nel Salento, spiace dirlo, esiste una scarsa propensione alla tutela del bene pubblico, inversamente proporzionale alla ricerca del vantaggio privato. Sì, il mare è splendido e pulito, ma dietro che c’è? Ci si lagna delle inadempienze delle istituzioni – per carità, ci sono – ma non si spreca una parola nei confronti delle piccole e grandi violenze che ogni giorno perpetriamo nei nostri spazi: le cicche di sigaretta buttate per terra – magari davanti alla propria attività commerciale – e in spiaggia, le auto lasciate in sosta sulle dune, nei boschetti. Non abbiamo la minima consapevolezza del valore naturalistico del territorio e dei vantaggi che possono derivare da una sua premurosa conservazione.

Si vogliono strade a quattro corsie ovunque, nuove volumetrie, parcheggi. Intanto l’erosione costiera consuma il litorale disponibile – è sotto gli occhi di tutti – mentre gli eventi atmosferici estremi diventano più frequenti e mettono a nudo la devastazione del territorio (a Porto Badisco c’è voluta un’alluvione per ripristinare l’antico corso di un canale che era stato strozzato dalle opere invasive dell’uomo). Molte campagne sono paesaggi spettrali e i centri urbani di maggior pregio storico e architettonico vissuti come set del consumismo mordi e fuggi.

Davanti a queste evidenze un cambiamento della domanda non sarebbe il peggiore dei mali, anzi potrebbe essere quello schiaffo inatteso che ti costringe ad aprire gli occhi. Non si tratta, come qualcuno potrebbe temere, di immaginare un Salento elitario, ma ricalibrare un’offerta che per ogni fascia di turismo sappia coniugare la corrispondente qualità e una responsabile politica di prezzo. Non tutti possono essere imprenditori nel turismo: il mercato ha i suoi criteri di autoregolazione e le furbizie non possono essere eterne. Qualcuno lo deve spiegare agli improvvisati di turno.

È bene, quindi, che certi nodi vengano al pettine perché l’atteggiamento predatorio che si è consolidato negli ultimi anni si può trasformare da un momento all’altro in un grave danno per tutti, a partire dall’immagine di questa provincia. E se la classe dirigente locale troppo spesso è succube delle pressioni dei portatori di interessi a breve scadenza, riducendosi a soddisfare le esigenze di gruppi e gruppetti tra un’elezione e la successiva, non vuol dire che i cittadini non siano chiamati a un atto di responsabilità: preoccupandosi del territorio faranno un favore ai loro figli e ai loro nipoti. Non serve più l’idealismo per salvare il Salento dal suo destino, ma una semplice presa d’atto di quanto tutti i giorni osserviamo intorno a noi. E anche i turisti hanno occhi per guardare e capire: non saranno ingenui per sempre.

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