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Corte d’Appello Roma, Sez. lavoro, Sent., 27/07/2021, n. 2939 SENTENZA nella causa civile iscritta al n. 3032/2017 R.G., vertente TRA P.S. S.r.l. E Z.U. NONCHE’ O.S.S. S.r.l. #adessonews

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI APPELLO DI ROMA

II SEZIONE LAVORO

composta dai Consiglieri:

Dott. Maria Rosaria MARASCO – Presidente

Dott. Donatella CASABLANCA – Consigliere rel.

Dott. Maria Vittoria VALENTE – Consigliere

A seguito di trattazione scritta, ex art. 221, comma IV, L. n. 77 del 2020 di conversione del D.L. n. 34 del 2020 e ss.mm.ii., in sostituzione dell’udienza del 13.7.2021, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 3032/2017 R.G., vertente

TRA

P.S. S.r.l.

in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dall’Avv. Barbara Santese, giusta procura in atti

appellante – appellata incidentale

E

Z.U.

rappresentato e difeso dall’Avv. Emanuele Brinati, giusta procura in atti

appellato – appellante incidentale

NONCHE’

O.S.S. S.r.l.

appellata – contumace

OGGETTO: appello avverso la sentenza del Tribunale di Roma n. 1738/2017, pubblicata il 22.2.2017.

Svolgimento del processo
Con ricorso depositato il 26.5.2016, U.Z. ha convenuto in giudizio le società in epigrafe dinanzi al Tribunale di Roma, esponendo:

di aver lavorato dapprima alle dipendenze della società cedente C.L.S. e T.L. s.r.l. e, successivamente, senza soluzione di continuità, ex art. 2112 c.c., per la cessionaria C. srl, in qualità di guardia giurata, con inquadramento, da ultimo, nel III livello CCNL Istituti di Vigilanza Privata, dal 7.10.2009 al 31.7/14.8.2014, data del licenziamento senza preavviso, motivato dalla perdita dell’appalto FIMIT;

di aver maturato alla data del licenziamento un credito di Euro 5.724,35 a titolo di TFR, Euro 940,80 a titolo di indennità sostitutiva del preavviso, Euro 14.594,00 a titolo di retribuzione ordinaria, 13a, 14a, festività lavoro straordinario, buoni pasto e ferie non godute, come da conteggio allegato;

che, a seguito di impugnativa del licenziamento, con ordinanza n. 45721 del 26.4.2016, ex L. n. 92 del 2012 (munita di formula esecutiva il 29.4.2016), il Tribunale di Roma ha condannato C. alla reintegra del ricorrente nel posto di lavoro e al pagamento dell’indennità risarcitoria, pari alle retribuzioni globali di fatto (Euro 1.630,73) dal giorno del licenziamento (14.8.2014) sino all’effettiva reintegra;

di aver optato, in data 10.5.2016, per il pagamento dell’indennità sostitutiva, in luogo della reintegra, ai sensi dell’art. 18 L. n. 300 del 1970, con conseguente cessazione a quella data del rapporto di lavoro e diritto all’indennità risarcitoria (per il periodo 14.8.2014/10.5.2016) derivante dall’illegittimità del licenziamento pari a Euro 34.308,04;

che l’indennità sostitutiva della reintegra ammonta a Euro 24.460,95 (Euro 1.630,73 mensili per 15 mensilità);

che, nelle more del giudizio di impugnazione del recesso, la C. ha concesso in affitto l’azienda dapprima alla O.S.S. srl in data 27.11.2015 e, successivamente, risolto tale contratto, alla P.S. srl dal 29.12.2015.

Tanto premesso in fatto, il ricorrente ha dedotto, in diritto, di aver diritto alla reintegrazione ex art. 18 L. n. 300 del 1970 nei confronti delle società convenute, per effetto dell’ordinanza di reintegra del 24.6.2016, passata in giudicato, in quanto opponibile, ai sensi dell’art. 2112 e 2909 c.c., anche alle società resistenti, in qualità di cessionarie, per effetto della ricostituzione ex tunc del rapporto di lavoro in capo alla cedente C. srl, a far data dal 14.8.2014.

Lo Z. ha concluso, quindi, per sentir condannare le società cessionarie alla reintegrazione nel posto di lavoro del ricorrente, nonché al pagamento dell’indennità risarcitoria, dell’indennità sostitutiva della reintegra, delle differenze retributive maturate non corrisposte, come sopra quantificate e dell’indennità sostitutiva del preavviso; in subordine alla reintegrazione, ha chiesto il pagamento di un’indennità risarcitoria dal licenziamento alla reintegra nella misura massima di 12 mensilità, oltre al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali; in ulteriore subordine, in caso di declaratoria di risoluzione del rapporto di lavoro dalla data del licenziamento, ha chiesto il pagamento di un’indennità risarcitoria omnicomprensiva determinata tra 12 e 24 mensilità (o, in via ulteriormente grada, fra 6 e 12 mensilità) dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre al pagamento del TFR e dell’indennità sostitutiva del preavviso, negli importi sopra quantificati; in estremo subordine, l’applicazione della tutela obbligatoria-indennitaria ex L. n. 604 del 1966, TFR e indennità sostitutiva del preavviso, oltre alla regolarizzazione contributiva, accessori e spese di lite.

Si è costituita in giudizio P.S. srl eccependo che:

il ricorrente ha tentato di avvalersi, nei confronti della società convenuta, di un provvedimento emesso nel giudizio di impugnativa del licenziamento, al quale la stessa era rimasta estranea, sull’erroneo presupposto che fosse subentrata, ex art. 2112 c.c., a far data dal 29.12.2015, nell’azienda già gestita da C. srl, notificando alla resistente atto di pignoramento presso terzi, oggetto di opposizione;

a seguito dell’ordinanza di reintegra, C. srl nel maggio del 2016 ha riassunto lo Z., il quale tuttavia, in data 10.5.2016, ha optato per il pagamento dell’indennità sostitutiva della reintegrazione, mostrando in tal modo di non aver intenzione di riprendere servizio presso la C. srl, alla quale il 23.10.2015 era stata revocata la licenza per l’esercizio dell’attività di vigilanza;

il ricorrente non ha dedotto che la pendenza del ricorso avverso il licenziamento fosse noto alla società affittuaria, né che il suo nominativo fosse inserito nell’elenco dei dipendenti della dell’azienda affittata al momento della stipula del contratto di affitto di ramo d’azienda (e non dell’intera azienda);

la P.S. srl non ha affittato la licenza di polizia per l’attività di vigilanza dalla C. srl, in quanto questa ne era stata privata; il contratto formalmente titolato come “affitto di ramo d’azienda” ha costituito una mera cessione di appalto condizionato all’assenso delle singole stazioni appaltanti, le quali di fatto, hanno rescisso il contratto con C. srl e hanno stipulato un contratto di affidamento al P.S. srl;

in base all’art. 29 D.Lgs. n. 276 del 2003, l’acquisizione del personale a seguito di subentro di un nuovo appaltatore, non costituisce trasferimento d’azienda o di parte di essa e dunque non trovano applicazione le garanzie di cui all’art. 2112 c.c..

La convenuta ha pertanto concluso per il rigetto del ricorso, con vittoria di spese.

O.S.S. srl è rimasta contumace.

In data 2.8.2016, P.S. ha proposto opposizione al precetto notificatole su istanza del lavoratore in data 29.7.2016, sulla base della stesa ordinanza del 26.4.2016, ex L. n. 92 del 2012, chiedendo dichiararsi la nullità del precetto.

Si è costituito lo Z. contestando l’opposizione di cui ha chiesto il rigetto.

Il Tribunale, disposta la riunione dei procedimenti e ritenuto che la fattispecie in esame integrasse un trasferimento di ramo di azienda funzionalmente autonomo e non un mero trasferimento di beni mobili o di appalto condizionato all’assenso delle singole stazioni appaltanti e rilevato che il giudicato formatosi nei confronti del cedente è opponibile al cessionario, in applicazione delle disposizioni previste dagli artt. 2112 ha e 2909 c.c., ha respinto l’opposizione della P.S. srl avverso il precetto notificato sulla base dell’ordinanza del 26.4.2016, per il pagamento dell’indennità risarcitoria (Euro 34.308.05, calcolata fino al 10.5.2016, data dell’esercizio del diritto di opzione), con accoglimento delle domande aventi ad oggetto l’indennità sostitutiva della reintegra (Euro 24.460,95), le differenze retributive non contestate (Euro 14.594,00) oltre accessori; ha dichiarato inammissibile la domanda di reintegra, in dipendenza dell’esercizio del diritto di opzione per le 15 mensilità; ha dichiarato, altresì, inammissibile, la domanda volta al pagamento dell’indennità risarcitoria azionata dallo Z. nei confronti della P.S. srl, in quanto il ricorrente era già munito di titolo azionabile verso quest’ultima società, già azionato in sede esecutiva.

Quanto alla posizione di O.S. di S. srl, il Tribunale ha rilevato che non sussistono i presupposti per la solidarietà di cui all’art. 2112 c.c., in quanto il rapporto di lavoro con C. è cessato (14.8.2014) prima del trasferimento d’azienda alla società cessionaria, durato solo dal 27.11.2015 al 30.12.2015, non essendo peraltro O.S.S. più titolare dell’azienda ceduta.

Con ricorso depositato in data 17.8.2017, la P.S. srl ha impugnato detta pronuncia per i seguenti motivi:

1) Omessa, insufficiente e contraddittoria indicazione delle ragioni in fatto e in diritto della decisione sulla ammissibilità della domanda proposta da U.Z..

Si duole l’appellante che il Tribunale non abbia dichiarato inammissibili tutte le domande proposte dallo Z. nei confronti della P.S. srl, poiché il medesimo ha duplicato le iniziative giudiziarie, in sede esecutiva e ordinaria, sulla base dell’ordinanza del tribunale di Roma del 26.4.2016, ex L. n. 92 del 2012, che ha condannato C. alla reintegra del lavoratore o al pagamento dell’indennità sostitutiva di Euro 24.460.95 e al pagamento dell’indennità risarcitoria di Euro 34.308,05.

2) Violazione dell’art. 2112 c.c. – errata configurabilità di un trasferimento di azienda tra C. e P.S. srl.

Lamenta la società che il rapporto di lavoro dello Z. con la cedente è cessato prima di entrambe le operazioni societarie e dunque la motivazione è contraddittoria laddove assume la circostanza di fatto della cessazione del rapporto di lavoro in epoca antecedente al trasferimento a fondamento del rigetto delle pretese nei soli confronti di O.S.S. srl.

Sostiene l’appellante che il contratto non può essere qualificato come affitto di ramo di azienda perché il prefetto in data 23.10.2015 aveva revocato la licenza di polizia alla C., data dalla quale la società avrebbe perso la qualità di imprenditore nel settore della vigilanza e quindi al momento del contratto non era giuridicamente e di fatto esistente una azienda C., dovendosi qualificare il contratto come affitto di beni mobili.

La P.S. srl ha concluso quindi per sentir dichiarare l’inammissibilità del dell’originario ricorso proposto da U.Z. o, in subordine, dichiararlo infondato, con il favore delle spese di lite.

Ha resistito al gravame lo Z., eccependone, preliminarmente, l’inammissibilità, ai sensi dell’art. 434 c.p.c.; nel merito, ne ha chiesto il rigetto, proponendo appello incidentale per sentir: condannare entrambe le società convenute alla reintegra del lavoratore e al pagamento, ciascuna per il periodo di propria competenza (P.S. srl fino alla data dell’esercizio di opzione), al risarcimento del danno ex art. 18 L. n. 300 del 1970, oltre accessori e contribuzione previdenziale; in subordine, condannare in via solidale le società convenute alla reintegra dello Z. e al pagamento dell’indennità risarcitoria dal giorno del licenziamento sino alla sentenza di reintegrazione, nella misura massima di 12 mensilità, oltre accessori e versamento dei contributi assistenziali e previdenziali; condannare O. di S. srl al pagamento della somma di Euro 14.594,08 a titolo di retribuzione ordinaria, 13a e 14a mensilità, festività compenso per lavoro straordinario, buoni pasto, indennità di ferie non godute e indennità sostitutiva del preavviso; in ogni caso, con vittoria delle spese di lite e risarcimento del danno per lite temeraria ex art. 91 e ss. c.p.c..

Motivi della decisione
Va, preliminarmente, respinta l’eccezione di inammissibilità dell’appello sollevata dallo Z. ai sensi dell’art. 434 c.p.c.; l’atto di gravame risulta conforme al modello legale, consentendo di individuare con chiarezza, nei limiti del devoluto, le parti della sentenza gravata e non condivise, le modifiche da apportare alla stessa, le circostanze che hanno asseritamente viziato la decisione e la decisività di esse in tal senso.

Con l’innovazione normativa il legislatore non ha trasformato il gravame in un atto corrispondente ad un modello formale, ma ha indicato ed imposto specifici requisiti, la cui sussistenza prescinde da una peculiare tecnica di redazione e deve essere verificata in concreto.

Ed, in effetti, la Suprema Corte ha immediatamente evidenziato che le modifiche normative che hanno ridisegnato la struttura dell’appello richiedono, ai fini dell’ammissibilità del gravame, che l’atto, sotto il profilo dell’ambito devolutivo, individui gli specifici capi della sentenza da riformare ed i passaggi argomentativi che la sorreggono, e, sotto il profilo qualitativo, esponga le ragioni del dissenso rispetto al percorso motivazionale adottato dal Tribunale ed espliciti l’idoneità di esse a determinare le modifiche delle statuizioni censurate (Cass. 20.5.15, n. 10386; Cass. 5.2.15, n. 2143). Tanto è accaduto nella fattispecie.

Quanto al merito della controversia, in ordine all’appello principale, si osserva quanto segue.

Con il primo motivo P.S. lamenta che il Tribunale non abbia considerato inammissibili tutte le domande proposte dallo Z. nei confronti della società.

Condivisibilmente il primo Giudice ha ritenuto l’inammissibilità della domanda di reintegra del lavoratore – avendo il medesimo pacificamente optato per l’indennità sostitutiva della reintegra, ontologicamente incompatibile con la ripresa della funzionalità del rapporto di lavoro – nonché della domanda di pagamento dell’indennità risarcitoria, essendo il ricorrente munito di titolo giudiziale già azionato in sede esecutiva nei confronti della P.S..

Le ulteriori domande relative alle differenze retributive e al pagamento delle quindici mensilità sostitutive della reintegra sono invece ammissibili, poiché non contemplate dal titolo azionato, rappresentato dall’ordinanza del Tribunale del 26.4.2016 che ha pronunciato esclusivamente sulla illegittimità del recesso, ordinando la reintegra nel posto di lavoro e condannando la società datrice al pagamento dell’indennità risarcitoria dalla data del licenziamento alla effettiva reintegra, oltre al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali, ma non ha disposto anche la condanna al pagamento delle differenze retributive o della indennità sostituiva della reintegra, opzione peraltro esercitata il 10.5.2016, successivamente al provvedimento in questione.

Con il secondo motivo la società appellante lamenta che il Tribunale abbia erroneamente ritenuto configurabile nell’ipotesi in esame un affitto di ramo di azienda tra C. e P.S. srl, ai sensi dell’art. 2112 c.c., anziché un mero contratto di affitto di beni mobili e che, contraddittoriamente, abbia, poi, considerato applicabile la disposizione citata alla sola P.S. srl e non anche alla O.S.S. srl.

La prima parte della censura è infondata. Come già rilevato dal primo Giudice – in assenza di contestazione sufficientemente specifica, avendo l’appellante sostanzialmente riprodotto le medesime argomentazioni esposte in primo grado -, il comma 5 dell’art. 2112 c.c. dispone che ” Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento”.

Nel contratto concluso tra C. srl e P.S. srl si legge che: “La società locatrice…concede in affitto alla società conduttrice…che…accetta, il ramo d’azienda, di cui in premessa, avente ad oggetto le strutture, i beni ed i servizi per l’espletamento dell’attività di vigilanza privata e custodia dei valori nelle Provincie di Roma, Rieti e Viterbo…”; che tale affitto ricomprende – tra l’altro – i rapporti di lavoro in essere con i dipendenti, di cui al relativo elenco che…si allega al presente atto…”.

Ha rilevato il Tribunale che “In base all’univoco dato testuale del contratto in esame, si è trattato proprio di un trasferimento di ramo d’azienda funzionalmente autonomo (e non di mero trasferimento di beni mobili, ovvero di “appalto condizionato…all’assenso delle singole stazioni appaltanti”, come invece sostiene P.S. s.r.l. nell’opposizione al precetto e, d’altro canto, neppure è contestato che il rapporto di lavoro di U.Z. fosse ricompreso nell’elenco allegato al contratto di cessione).

Sussistono dunque i presupposti per l’applicazione delle disposizioni di cui all’art. 2112 c.c.. nei confronti di P.S. s.r.l., sicché la medesima è chiamata a rispondere degli obblighi della cedente nei confronti di U.Z..

Inoltre, in base all’art. 2909 c.c., la sentenza passata in giudicato (alla quale va assimilata l’ordinanza ex art. 1. Co. 49, L. n. 92 del 2012) “…fa stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa””.

Parte appellante non si confronta con tali condivisibili motivazioni, né può giungersi a diverse conclusioni sulla scorta della circostanza della revoca in capo alla C. della licenza di polizia da parte del Prefetto, non avendo tale avvenimento alcuna influenza sulla vicenda traslativa, poiché trattasi di provvedimento non trasmissibile al cessionario per effetto del trasferimento del ramo di azienda, ma rilasciato nominalmente alla persona fisica richiedente che agisce in nome proprio o per conto della società che intenda svolgere attività di vigilanza, nella ricorrenza di determinati requisiti normativi.

Vero è, sotto diverso profilo, che il Tribunale ha escluso l’applicabilità dell’art. 2112 c.c. nei confronti di O. di S., con argomentazione contraddittoria, per il fatto che il rapporto di lavoro tra lo Z. e C. fosse cessato prima del trasferimento di azienda alla Cessionaria O. di S., dal momento che tale presupposto valeva anche per P.S..

Tuttavia, tale circostanza è irrilevante ai fini dell’operatività dell’art. 2112 c.c., poiché “Il rapporto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato prima del trasferimento di azienda continua con il cessionario dell’azienda ove vi sia ricostituzione giudiziale per effetto dell’annullamento del recesso e dell’applicazione della tutela reale con sentenza tra le parti originarie del rapporto di lavoro, restando irrilevante l’anteriorità del recesso rispetto al trasferimento d’azienda” (cfr. Cass. Ord m. 4130/2014).

Ne consegue il riconoscimento della responsabilità solidale, unitamente a P.S. s.r.l., anche di O. di S. s.r.l..

In conclusione, vanno confermate le statuizioni del Tribunale relative alla inammissibilità della domanda di reintegra e, per quanto sopra detto, della condanna al pagamento dell’indennità risarcitoria ex art. 18 L. n. 300 del 1970, credito già azionato in sede esecutiva e, nelle more, soddisfatto, come affermato dallo stesso Z., con ordinanza di assegnazione, in virtù del titolo esecutivo costituito dall’ordinanza n. 45271 del 26.4.2016.

Deve essere, altresì, dispostala la condanna, a carico di entrambe le società convenute, in solido, al pagamento delle differenze retributive rivendicate, non contestate, pari alla somma di Euro 14.594,08 per i titoli dedotti in ricorso, oltre accessori dalla maturazione al saldo, nonché dell’indennità sostitutiva della reintegra, pari a Euro 24.460,95, maggiorata di accessori, nella misura di legge, dalla data dell’esercizio del diritto di opzione (10.5.2016).

E’ inammissibile la domanda relativa alla contribuzione previdenziale, già oggetto di pronuncia dell’ordinanza n. 45721/2016, passata in giudicato.

Quanto alla domanda volta ad ottenere l’indennità sostitutiva del preavviso, quantificata in Euro 940.80, si evidenzia che la stessa è stata menzionata nel senso dell’accoglimento nella parte motiva della sentenza del Tribunale (v. pag. n. 4), ma non riportata nel dispositivo che prevale sulla motivazione; tale omissione è priva di ogni censura. Giova, peraltro, rilevare come tale indennità non spetti, avendo il lavoratore ottenuto un provvedimento di reintegra.

Va, infine, respinta la domanda risarcitoria da lite temeraria formulata dallo Z., ex artt. 91 e ss. c.p.c., stante l’assoluta mancanza di allegazioni.

Le spese del grado, liquidate come da dispositivo, sono regolate secondo la soccombenza sostanziale e distratte in favore del procuratore di parte appellata, appellante incidentale, dichiaratosi antistatario.

Si dà atto che sussistono per l’appellante principale, P.S. S.r.l., le condizioni oggettive richieste dall’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002 per il versamento dell’ulteriore importo del contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando, così provvede:

– respinge l’appello principale;

– in parziale accoglimento dell’appello incidentale e in parziale riforma della sentenza impugnata, che nel resto conferma, condanna, in via solidale, O. di S. s.r.l. e P.S. s.r.l., ex art. 2112 c.c., al pagamento, in favore di U.Z., dell’indennità sostitutiva della reintegra, per effetto dell’ordinanza del Tribunale di Roma n. 45721 del 26.4.2016, quantificata in Euro 24.460,95, maggiorata di accessori, nella misura di legge, dalla data dell’esercizio del diritto di opzione (10.5.2016), nonché della somma di Euro 14.594,00, a titolo di differenze retributive, oltre accessori dalla maturazione al saldo;

– respinge ogni ulteriore domanda;

– condanna O. di S. s.r.l. e P.S. s.r.l., in solido, al rimborso, in favore di U.Z., delle spese del doppio grado, liquidate nella misura determinata dal Tribunale per l’intero, quanto al primo grado, e in complessivi Euro 6.150,00, quanto al presente grado, da distrarsi;

– dà atto che sussistono per l’appellante principale, P.S. S.r.l., le condizioni oggettive richieste dall’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002 per il versamento dell’ulteriore importo del contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Conclusione
Così deciso in Roma, il 13 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 27 luglio 2021.

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