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MILANO: Tribunale Milano, Sez. I, Sent., 08/07/2021, n. 5991 volontà dei lavoratori di procedere al pagamento della quota associativa attraverso la trattenuta dallo stipendio) #adessonews

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

PRIMA CIVILE

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Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Valentina Boroni

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di Grado di appello iscritta al n. r.g. 24194/2019 promossa da:

ASSOCIAZIONE D.P. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. DI SALVO CARMELA ROSARIA , elettivamente domiciliato in CORSO DI PORTA VITTORIA, 42 20122 MILANO presso il difensore avv. DI SALVO CARMELA ROSARIA

ATTORE APPELLANTE

contro

COMUNE DI MILANO (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANDARANO ANTONELLO e dell’avv. FRASCHINI ANTONELLA ((…)) VIA GUASTALLA, 6 20122 MILANO; RADAELLI PAOLO ((…)) VIA ANDREANI, 10 20122 MILANO; CECCOLI PAOLA MARIA ((…)) VIA GUASTALLA, 6 20122 MILANO; , elettivamente domiciliato in VIA DELLA GUASTALLA, 6 20122 MILANO presso il difensore avv. MANDARANO ANTONELLO

CONVENUTO APPELLATO

Oggetto: Appello su sentenza del Giudice di pace in opposizione a decreto ingiuntivo
Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con citazione ritualmente e tempestivamente notificata in data 15.4.2019 l’Associazione D.P. ha proposto appello avverso la sentenza pronunciata dal Giudice di pace di Milano n. 8813 del 2018 depositata in data 28.8.2018 e pubblicata in data 16.10.2018 ( mai notificata) con la quale è stata accolta l’opposizione proposta dal Comune di Milano avverso il decreto ingiuntivo n. 31287/2017 ottenuto dalla Associazione ai danni del Comune per l’importo di Euro 1.792,00.

Nel ricorso monitorio l’odierna appellante aveva rappresentato di essere una associazione avente quale scopo lo svolgimento di attività di assistenza e mutuo soccorso tra i soci, intendendo perseguire i principi di: istruzione, formazione nonché tutela dei diritti civili dei soci. Ha rappresentato che all’atto della iscrizione 25 soci avevano autorizzato il datore di lavoro ( il Comune) a trattenere la quota associativa di competenza delegando il Comune al pagamento; che tale incarico costituiva una vera e propria cessione del credito regolarmente comunicata al Comune di Milano il quale tuttavia si era rifiutato di procedere alla trattenuta e di effettuare il versamento alla Associazione allegando di non avere alcun obbligo giuridico di procedere alla trattenuta cui seguivano oneri aggiuntivi non giustificati.

In assenza di adempimento era stato depositato ricorso al Giudice di pace che aveva emesso il decreto poi opposto.

Il Comune di Milano nell’opporsi al decreto aveva richiamato il generale divieto di cessione del credito retributivo stabilito per i dipendenti della pubblica amministrazione dall’art. 1 del D.P.R. n. 180 del 1950 salve le eccezioni di cui agli articoli seguenti e alle ulteriori disposizioni di legge rilevando come, se la fattispecie era da sussumere nella cessione del credito, essa era comunque regolamentata in modo derogatorio rispetto alla disciplina codicistica essendo il debitore ceduto una Pubblica Amministrazione (richiamava Cass. Sez. 1 sentenza 24.9.2007 n. 19571); rilevava che gli unici casi ammissibili erano la contrazione di prestiti e la delegazione di pagamento e che le pronunzie richiamate dalla Associazione in ordine al caso dei contributi associativi relativi alla organizzazione sindacale dovevano considerarsi una fattispecie inconferente posto che l’associazione opposta non era un’associazione sindacale. Citava infine la circolare ministeriale n. 2 del 15.1.2015 a mente della quale lo strumento a disposizione della PA per regolamentare le trattenute sulle retribuzioni è la delegazione convenzionata che non ricorreva nel caso di specie; osservava infine che i costi dell’operazione sarebbero gravati sia sulla PA, con violazione del principio del buon andamento ex art. 97 Costituzione, sia sul dipendente che non aveva dato autorizzazione a sostenere detti costi. Chiedeva quindi la revoca del decreto opposto.

Si costituiva l’Associazione opposta chiedendo il rigetto della opposizione ribadendo la natura di cessione del credito delle disposizioni assunte dai lavoratori essendo la autorizzazione del dipendente alla trattenuta documentale e chiara nella sua intenzione; rilevava la carenza di prova e di giustificazione in ordine alla assunta qualificazione della operazione come delegazione di pagamento e ribadiva che non si trattava di cessione contraria alla legge né avente ad oggetto un credito personale e non cedibile; richiamava gli artt. 69 e 70 del R.D. n. 2440 del 1993 osservando che le limitazioni ivi poste alla cessione dei crediti vantati nei confronti della PA riguardavano solo gli appalti e le somministrazioni e non potevano estendersi oltre a tali casi; formulava domanda riconvenzionale volta alla condanna del Comune al pagamento di ulteriori importi a titolo di trattenuta maturati successivamente e non effettuati per Euro 748,00.

Il Giudice di pace con la sentenza appellata aveva accolto l’opposizione aderendo alla impostazione dell’opponente in merito alla qualificazione giuridica del negozio come una delegazione di pagamento, non impegnativa per il Comune di Milano in quanto mancante del necessario suo consenso. Desumeva tale caratteristica dalla circostanza che l’autorizzazione comportasse un incarico conferito alla PA nonché comportante lo svolgimento di un servizio i cui oneri non potevano ricadere ingiustificatamente sulla parte pubblica; richiamava il divieto generale di cessione posto dall’art. 1 D.P.R. n. 180 del 1950 rilevando come il caso di specie non integrasse alcuna delle eccezioni previste dalla norma speciale; contrastava le argomentazioni dell’opposta con riguardo alla assimilazione alla organizzazione sindacale.

Con l’odierno atto di appello ADPL lamenta:

a) L’errata applicazione dell’istituto della delegazione di pagamento e l’insussistenza del divieto di cessione ex art. 1 D.P.R. n. 180 del 1950 richiamando la pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione n. 28269 del 21.12.2005 che qualifica la trattenuta sindacale come una vera e propria cessione del credito del tutto legittima;

b) L’erroneità della limitazione delle eccezioni al divieto posto dall’art. 1 D.P.R. n. 180 del 1950 alla sola fattispecie del rimborso dei prestiti, richiamando nuovamente la fattispecie della trattenuta sindacale e rilevando come i maggiori limiti alla cessione posti dalla normativa successiva ( L. n. 311 del 2004 e L. n. 80 del 2005) riguardano solo le cessioni ricollegate ai finanziamenti prevedendo quale soggetto creditore solo i soggetti bancari istituzionali; osserva anche che gli unici limiti normativamente previsti per le cessioni sono quelli posti dall’art. 52 D.P.R. n. 180 del 1950 e riguardano la continuatività della retribuzione dei dipendenti e l’importo del credito ceduto; ha insistito nella applicabilità dell’art. 52 D.P.R. n. 180 del 1952 anche ai soggetti non sindacali non ponendosi limiti in relazione alle caratteristiche del cessionario e nella irrilevanza del tema del “costo della operazione” ai fini della qualificazione giuridica della operazione;

c) Ha insistito per l’accoglimento dell’appello e della domanda riconvenzionale per gli ulteriori importi maturati per lo stesso titolo.

Il Comune di Milano si è costituito chiedendo il rigetto dell’appello e rimarcando la correttezza della motivazione del Giudice di pace atteso che il lavoratore ha solo chiesto al Comune di trattenere la quota associativa di competenza nella misura indicata nella delega e pertanto senza prevedere alcuna cessione del credito alla quale osta la necessità, nel caso di specie, di una prestazione di un servizio da parte della Amministrazione ( da individuarsi nello scorporo della trattenuta mensile da versare alla ONLUS, nella attuazione di procedure volte al riscontro dei versamenti anche attraverso lo scambio di informazioni, e la verifica dei limiti fissati dal D.P.R. n. 180 del 1950 i cui oneri non possono gravare sulla PA ex art. 97 Costituzione); ha rimarcato la necessità di una previa convenzione a mente della Circolare n. 2 del 15.1.2015 e ha lamentato che l’associazione non partecipa della natura sindacale rispetto alla quale la Corte ha ravvisato un obbligo per la PA di procedere alla trattenuta.

Ha chiesto il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza impugnata chiedendo la condanna della appellante alla restituzione delle somme percepite in esecuzione del decreto ingiuntivo opposto pagate dal Comune nell’importo di Euro 1.600,00 ( doc. 2).

La causa è stata trattenuta in decisione alla udienza del 15.12.2020 senza svolgimento di attività istruttoria e con l’acquisizione del fascicolo di primo grado, sulle conclusioni come rassegnate dalle pari nei fogli di pc e con assegnazione di termini di legge ex art. 190 c.p.c. per il deposito di memorie conclusive.

Risultano acquisiti agli atti, tra i documenti prodotti nel fascicolo monitorio ( doc. 9) n. 25 richieste di iscrizione all’Associazione D.P. nelle quali i singoli lavoratori chiedono la iscrizione all’Associazione e precisano che il pagamento della quota associativa avverrà attraverso la trattenuta mensile sul proprio stipendio, autorizzando a ciò il Comune; varie comunicazioni intercorse tra l’Associazione ed il Comune di Milano volte alla esecuzione delle trattenute, in concreto mai effettuate per le ragioni che poi il Comune ha enunciato negli atti processuali.

Tanto premesso l’appello è fondato per le ragioni che seguono.

Le dichiarazioni di iscrizione alla Associazione dei 25 dipendenti del Comune di Milano consentono di affermare la loro qualità di soci e la loro volontà di effettuare il pagamento della quota associativa annuale pari ad Euro 96,00 in rate mensili spalmate sull’intero anno solare. Nelle schede di iscrizione (unici elementi acquisiti agli atti a documentazione della volontà dei lavoratori di procedere al pagamento della quota associativa attraverso la trattenuta dallo stipendio) il singolo lavoratore dichiara di “autorizzare” il Comune di Milano, datore di lavoro, ad effettuare la trattenuta sulla retribuzione ( trattenuta mensile di Euro 9).

La circostanza è pacifica oltre che documentale e non contestata tra le parti.

Vale solo aggiungere pe completezza che non risultano acquisite ( neppure in primo grado) le cd “deleghe” allegate alle comunicazioni inviate al Comune di Milano al fine di rendere operativa la trattenuta.

I motivi di appello vertono essenzialmente sulla qualificazione giuridica di tale “autorizzazione ad effettuare la trattenuta”, che si assume essere stata erroneamente interpretata dal Giudice di Pace come una mera delegazione di pagamento, sottoposta al preliminare vaglio della Pubblica Amministrazione debitrice ceduta, che nella specie non ha dato il suo assenso alla operazione.

Il primo motivo di appello è fondato avendo il Giudice di pace fatto mal governo delle disposizioni normative in merito alle condizioni in presenza delle quali il lavoratore dipendente pubblico (dello Stato e del Comune) può cedere il proprio credito retributivo.

L’art. 1 del D.P.R. n. 180 del 1950 infatti prevede che “Non possono essere sequestrati, pignorati o ceduti, salve le eccezioni stabilite nei seguenti articoli ed in altre disposizioni di legge, gli stipendi, i salari, le paghe, le mercedi, gli assegni, le gratificazioni, le pensioni, le indennita’, i sussidi ed i compensi di qualsiasi specie che lo Stato, le province, i comuni, le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e qualsiasi altro ente od istituto pubblico sottoposto a tutela, od anche a sola vigilanza dell’amministrazione pubblica (comprese le aziende autonome per i servizi pubblici municipalizzati) e le imprese concessionarie di un servizio pubblico di comunicazioni o di trasporto nonche’ le aziende private corrispondono ai loro impiegati, salariati e pensionati ed a qualunque altra persona, per effetto ed in conseguenza dell’opera prestata nei servizi da essi dipendenti”.

La Corte Costituzionale con sentenza del 20 novembre-4 dicembre 2002, n. 506 (in G.U. 1a s.s. 11/12/2002, n. 506) ha dichiarato “In applicazione dell’art. 27 della L. 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimita’ costituzionale degli artt. 1 e 2, primo comma, del D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180 (Testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti dalle pubbliche amministrazioni), nella parte in cui escludono la pignorabilita’ per ogni credito dell’intero ammontare di pensioni, indennita’ che ne tengono luogo ed altri assegni di quiescenza erogati ai dipendenti dai soggetti individuati dall’art. 1, anziche’ prevedere l’impignorabilita’, con le eccezioni previste dalla legge per crediti qualificati, della sola parte delle pensioni, indennita’ o altri assegni di quiescenza necessaria per assicurare al pensionato mezzi adeguati alle esigenze di vita e la pignorabilita’ nei limiti del quinto della residua parte”.

Analoghi interventi hanno interessato l’art. 2 del D.P.R. n. 180 del 1950 equiparando via via i limiti della pignorabilità e sequestrabilità delle retribuzioni dei dipendenti pubblici al criterio generale di cui agli artt. 545 c.p.c. e ss.

Va dunque segnalato un progressivo ampliamento della possibilità di procedere ad attività dispositive sul credito retributivo anche del dipendente pubblico con recupero della disciplina ordinaria processuale civilistica.

Con specifico riferimento alle cessioni il citato DPR prevede quanto segue :

Art. 5. (Facolta’ e limiti di cessione di quote di stipendio e salario). Gli impiegati e salariati dipendenti dallo Stato e dagli altri enti, aziende ed imprese indicati nell’art. 1 possono contrarre prestiti da estinguersi con cessione di quote dello stipendio o del salario fino al quinto dell’ammontare di tali emolumenti valutato al netto di ritenute e per periodi non superiori a dieci anni, secondo le disposizioni stabilite dai titoli II e III del presente testo unico.

Art. 52. (Impiegati e salariati a tempo indeterminato o con contratti collettivi di lavoro). Gli impiegati e salariati delle amministrazioni indicate nel precedente articolo, assunti in servizio a tempo indeterminato a norma della legge – sul contratto d’impiego privato od in base a contratti collettivi di lavoro, possono fare cessione di quote di stipendio o di salario non superiore al quinto ((per un periodo non superiore ai dieci anni)), quando siano addetti a servizi di carattere permanente, siano provvisti di stipendio o salario fisso e continuativo. Nei confronti dei medesimi impiegati e salariati assunti in servizio a tempo determinato, la cessione del quinto dello stipendio o del salario non puo’ eccedere il periodo di tempo che, al momento dell’operazione, deve ancora trascorrere per la scadenza del contratto in essere. Alla cessione del trattamento di fine rapporto posta in essere dai soggetti ((di cui al precedente e al presente comma)) non si applica il limite del quinto. I titolari dei rapporti di lavoro di cui all’articolo 409, numero 3), del codice di procedura civile con gli enti e le amministrazioni di cui all’articolo 1, primo comma, del presente testo unico, di durata non inferiore a dodici mesi, possono cedere un quinto del loro compenso, valutato al netto delle ritenute fiscali, purche’ questo abbia carattere certo e continuativo. La cessione non puo’ eccedere il periodo di tempo che, al momento dell’operazione, deve ancora trascorrere per la scadenza del contratto in essere. I compensi corrisposti a tali soggetti sono sequestrabili e pignorabili nei limiti di cui all’articolo 545 del codice di procedura civile”.

Art. 69.(Limiti nella coesistenza di sequestri o pignoramenti e delegazioni). Quando preesistano sequestri o pignoramenti, la delegazione sullo stipendio, salario o pensione a norma dell’art. 58 e la ritenuta, a norma dell’art. 60 sono consentite soltanto sulla differenza fra la meta’ dello stipendio, salario o pensione valutati al netto di ritenute e le somme precedentemente vincolate. La limitazione di cui al precedente comma non si applica alle ritenute disposte a norma degli articoli 61 e 62. Quando preesista, delegazione o ritenuta, i sequestri e i pignoramenti non possono colpire se non l’eventuale differenza fra la meta’ dello stipendio, salario o pensione valutati al netto di ritenute e l’importo della delegazione o ritenuta.

Art. 70. (Limiti nel caso di concorso di cessione e delegazione). Nel caso di concorso di cessione e delegazione, non puo’ superarsi il limite della meta’ dello stipendio o salario se non quando l’amministrazione dalla quale l’impiegato o il salariato dipende ne riconosca la necessita’ e dia il suo assenso. Per i pensionati l’assenso e’ dato dall’amministrazione alla quale fa carico la pensione.

Tra le altre disposizioni che regolamentano le cessioni del credito quando il debitore è una Pubblica Amministrazione vanno anche richiamati gli artt. 69 e 70 del R.D. n. 2440 del 1923 che disciplinano tuttavia la cessione di crediti relativi a somministrazioni forniture ed appalti; tale disciplina prevede che le cessioni e le delegazioni di pagamento debbano essere notificate alla PA, devono risultare da atto pubblico o da scrittura privata autenticata da un notaio e debbano osservarsi le disposizioni di cui all’allegato F art. 9 della L. n. 2248 del 1865 in base al quale non potrà avere effetto alcuna cessione se non vi è adesione dell’amministrazione interessata.

Ora, l’interpretazione dell’istituto del quale si sono avvalsi i dipendenti del Comune di Milano all’atto della loro associazione a ADPL non può che prendere le mosse dalle caratteristiche del debito ceduto; esso infatti riguarda il pagamento di una quota associativa rispetto ad una associazione che ha lo scopo di promuovere i diritti dei lavoratori. Pur non trattandosi di associazione sindacale ADPL si caratterizza per essere una associazione alla quale liberamente il lavoratore aderisce nell’ambito della espressione dei diritti associativi e di libertà individuale tutelati dagli artt. 2 e 18 della Costituzione. Dunque si tratta di una fattispecie del tutto estranea a quella individuata dalle norme che pongono limiti specifici alla cessione ed anche la necessità di un consenso della Amministrazione in qualità di debitore ceduto (appalti, somministrazioni).

L’esistenza di limiti caratterizzati da un necessario preventivo consenso della PA debitrice ceduta non si evince neppure dalla previsione di cui all’art.70 atteso che il consenso è previsto solo in caso d superamento della quota di metà dello stipendio ( ad evidente tutela del diritto del lavoratore alla percezione della retribuzione).

Dalla ricognizione normativa effettuata non può quindi sostenersi che vi sia un generale divieto di effettuare cessioni del proprio credito retributivo da parte del dipendente pubblico né che le condizioni limitative richiamate dall’art. 5 D.P.R. n. 180 del 1950 riguardino il credito che sorge in virtù di una associazione ad una libera organizzazione di stampo mutualistico, atteso che tali limitazioni parrebbero poste a tutela di un interesse della Pubblica Amministrazione a non acquisire la qualifica di debitore in talune e specifiche attività economiche ma non in quelle che riguardano la libertà associativa del proprio dipendente.

A tale interpretazione non osta quanto contenuto nella circolare del MEF del 15.1.2015 considerato che essa ha mero contenuto interpretativo ma non può offrire indicazioni contrarie alla legge. In ogni caso essa individua una via preferibile ( quella delle deleghe convenzionate) ma non esclusiva.

L’argomentazione del Giudice di prime cure in base alla quale la trattenuta richiesta al Comune dovrebbe essere qualificata come delegazione di pagamento, necessitante di un consenso della PA e, secondo la tesi del Comune, di una Convenzione stipulata tra Associazione e PA alla luce di quanto richiesto dalla Circolare del MEF n. 2 del 15.1.2015, non trova sostegno né nelle norme né in fatto.

L’unico documento disponibile agli atti è costituito da un documento attraverso il quale il lavoratore autorizza il Comune a svolgere la trattenuta ( di Euro 9 al mese) sul proprio stipendio al fine di effettuare in via rateizzata il pagamento della quota associativa; la neutralità della espressione “autorizzazione alla trattenuta” non consente all’interprete di richiamare l’istituto della delegazione di pagamento, istituto che prevede tra l’altro limiti (il consenso del delegato) che si porrebbero come limitativi del diritto espresso dal lavoratore e non assurgono alla soglia della ragionevolezza, tenuto conto della esiguità del contributo e della finalità della Associazione regolarmente costituita. Costituisce inoltre un ragionamento distonico rispetto alla ricognizione normativa svolta quello svolto dal Giudice di pace con riferimento alla sussistenza di costi che per il servizio potrebbero gravare sulla parte pubblica nuocendo al principio di buon andamento della Pubblica amministrazione; infatti la sussistenza di oneri è meramente allegata dal Comune che non ne ha dato alcuna prova, tenuto conto del modesto numero di lavoratori coinvolti nella vicenda.

Non può essere del resto neppure condivisa l’argomentazione del Giudice di prime cure in ordine alla irrilevanza delle decisioni della Corte di cassazione, anche a Sezioni Unite, in ordine al paragone, invece significativo, con la trattenuta sindacale.

La Suprema Corte a Sezioni Unite, con sentenza del n. 28269 del 2005 ha affermato con chiarezza che “4.4. Venendo all’oggetto specifico del contrasto di giurisprudenza, l’istituto della “cessione del credito” è stato ritenuto non praticabile per raggiungere il suddetto scopo fondamentalmente per due ragioni.

La prima, contenuta nella sentenza della Sezione Lavoro 3 febbraio 2004, n. 1968, è che la cessione del credito, in generale, non costituisce un autonomo tipo negoziale, coincidendo con lo schema negoziale di volta in volta idoneo ad operare e a giustificare il trasferimento; l’ostacolo ad impiegare l’istituto per il pagamento della quota associativa al sindacato sarebbe da ravvisare nell’incompatibilità strutturale tra l’impossibilità di una revoca immediata senza il consenso del sindacato beneficiario (propria dell’istituto della cessione del credito, conformemente alla sua natura che la connota come una forma di alienazione di diritti) e la revocabilità immediata dell’atto volontario di contribuzione sindacale obbligatoriamente discendente dal principio di libertà sindacale ex art. 39 Cost.. 4.4.1. Le Sezioni unite ritengono l’argomentazione non condivisibile. La specifica disciplina relativa alla cessione detta sì uno schema unitario, che viene ad applicarsi a tutte le fattispecie traslative del credito, ma senz’aita) incompleto: essa si pone quale correttivo e/o integrazione predisposti, in contemplazione del particolare oggetto, nei confronti dei singoli negozi causali traslativi. Nel caso in esame, lo schema si applica ad una cessione per pagamento (solvendi causa), ed infatti il cedente (lavoratore), in luogo di corrispondere al suo creditore (associazione sindacale) la prestazione dovuta (quota sindacale), gli cede in pagamento parte del credito (futuro) che egli ha nei confronti del debitore ceduto (datore di lavoro). Ne discende che la causa del contratto di cessione si determina mediante il collegamento con il negozio al quale è funzionalmente preordinata, assumendo, quindi, nel caso, una funzione di assolvimento degli obblighi nascenti dal rapporto di durata originato dall’adesione associativa. Di conseguenza, se viene meno il rapporto sottostante, ciò provoca la caducazione della funzione del negozio di cessione, determinandone l’inefficacia. In conclusione, la cessione ha funzione di pagamento della quota sindacale e il pagamento è dovuto dal lavoratore soltanto finché ed in quanto aderisce al sindacato, in forza di un contratto dal quale il recesso ad nutum è garantito dai principi inderogabili di tutela della libertà sindacale del singolo lavoratore. I pagamenti eventualmente eseguiti dal datore di lavoro successivamente alla “revoca della delega” (che non è revoca della cessione, come tale inconcepibile, ma cessazione della sua causa per sopravvenuta inesistenza nel collegamento con il negozio di base) sono effettuati a soggetto diverso dal creditore ed avranno effetto liberatorio soltanto se il debitore non ha avuto conoscenza della cd. “revoca” (art. 1189 cod. civ.). 4.4.2. La sentenza n. 1968 del 2004 si fonda altresì sull’impossibilità di utilizzare lo strumento della cessione del credito perché produrrebbe un aggravamento della posizione del debitore. L’argomento è ripreso è sviluppato dalla sentenza n. 10616 del 2004, la quale, anche mediante il richiamo del principio di correttezza e buona fede, in apparenza lo eleva ad unica ratio decidendi. Si diceva in apparenza, perché il complesso delle considerazioni svolte nella motivazione suscita l’impressione che rilievo precipuo sia conferito all’esito referendario, insistendosi nell’osservare che ammettere l’istituto della cessione del credito finirebbe, da una parte, per vanificare l’effetto della soppressione dell’obbligo ex lege a carico del datore di lavoro, dall’altra, per annullare ogni differenza tra la condizione dei sindacati firmatari dei contratti collettivi e gli altri non firmatari. Ma si è già osservato (n. 4.3.) che questi argomenti non possono influenzare il tema della validità ed efficacia del contratto di cessione del credito retributivo al sindacato, per adempiere agli obblighi associativi, se non ipotizzandone la nullità per frode alla legge, e, quindi, che l’esito referendario abbia introdotto nell’ordinamento il principio inderogabile del divieto di realizzare il risultato di imporre al datore di lavoro, senza il suo consenso, di versare al sindacato quote della retribuzione. Si è già detto, nella sede richiamata, come sia del tutto arbitrario desumere un tale principio dall’effetto abrogativo del referendum, limitato alla soppressione di un obbligo ex lege, senza interferire minimamente sull’apparato degli strumenti negoziali a disposizione di tutti i soggetti dell’ordinamento”.

Ed ancora la stessa Corte, con la sentenza n. Sez. L, Sentenza n. 2314 del 2012 ha affermato che “10. La posizione della Cassazione sul problema dei contributi sindacali è consolidata quanto alle questioni poste con il secondo ed il terzo motivo (Cfr., in particolare, Cass., sezioni unite, 21 dicembre 2005, n. 28269; Cass., 7 agosto 2008, n. 21368; Cass., 20 aprile 201 , n. 9049). 11. Sono stati affermati i seguenti principi di diritto. 12.1) Il referendum del 1995, abrogativo dell’art. 26 st. lav., comma 2, e il susseguente D.P.R. n. 313 del 1995, non hanno determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, ma è soltanto venuto meno il relativo obbligo. I lavoratori, pertanto, possono richiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato cui aderiscono (S.U. 28269/2005). 13.2) Tale atto deve essere qualificato cessione del credito (art.1260 c.c., e segg.) (S.U. 28269/2005).

14.3) In conseguenza di detta qualificazione, non necessita, in via generale, del consenso del debitore (cfr. art. 1260 c.c.) (S.U. 28269/2005). 15.4). Non osta il carattere parziale e futuro del credito ceduto: la cessione può riguardare solo una parte del credito ed avere ad oggetto crediti futuri (S.U. 28269/2005, nonché Cass. 10 settembre 2009, n. 19501). 16.5) Qualora il datore di lavoro sostenga che la cessione comporti in concreto, a suo carico, una modificazione eccessivamente gravosa dell’obbligazione, implicante un onere insostenibile in rapporto alla sua organizzazione aziendale e perciò inammissibile, ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 1218 c.c., che la gravosità della prestazione è tale da giustificare il suo inadempimento (S.U. 28269/2005). 17.6) L’eccessiva gravosità della prestazione, in ogni caso, non incide sulla validità e l’efficacia del negozio di cessione del credito, ma può giustificare l’inadempimento del debitore ceduto, finché il creditore non collabori a modificare le modalità della prestazione in modo da realizzare un equo contemperamento degli interessi (S.U. 28269/2005). 18.7) Non si può ritenere provata l’insostenibilità dell’onere in ragione, esclusivamente, dell’elevato numero di dipendenti dell’azienda, ma dovrà operarsi una valutazione di proporzionalità tra la gravosita dell’onere e l’entità della organizzazione aziendale, tenendo conto che un’impresa con un elevato numero di dipendenti di norma avrà una struttura amministrativa corrispondente alla sua dimensione (Cass. 20 aprile 2011, n. 9049). 19.8) Il datore di lavoro che in presenza di un atto di cessione del credito relativo alle quote sindacali, rifiuti senza giustificazione di effettuare il versamento, configura un inadempimento che, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto pregiudica sia i diritti individuali dei lavoratori di scegliere liberamente il sindacato al quale aderire, sia il diritto del sindacato stesso di acquisire dagli aderenti i mezzi di finanziamento necessari allo svolgimento della propria attività (S.U. 28269/2005). 20. Tutti questi principi di diritto, come si è detto, sono consolidati e in questa controversia non vengono prospettati argomenti nuovi.

21. Costituisce invece questione nuova quella relativa alle conseguenze sulla materia di alcuni recenti interventi legislativi: la L. 31 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 137; il D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni nella L. 14 maggio 2005, n. 80 e la L. 23 dicembre 2005, n. 266. 22. Le sezioni unite del 2005 citarono i primi due interventi (il terzo è successivo alla decisione), ma precisarono che i problemi di interpretazione di tali modifiche non potevano essere affrontati in quella sede perché la nuova disciplina non era applicabile ratione temporis al caso esaminato. 23. Al contrario, la nuova normativa è sicuramente applicabile in questa controversia e quindi il problema deve essere affrontato. 24. La questione è la seguente. Il “Testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e le cessioni degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni” (D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180), è stato modificato ed integrato dai tre interventi legislativi prima richiamati. 25. L’art. 1 prevedeva, e prevede tuttora, la insequestrabilità, impignorabilita1 e incedibilità di stipendi, salari, pensioni ed altri emolumenti corrisposti ai propri dipendenti dalle amministrazioni pubbliche. Con la legislazione recente su richiamata tali limitazioni sono state estese alle retribuzioni corrisposte dalle aziende private. 26. A sua volta, l’art. 5, pone dei limiti alla possibilità per i dipendenti pubblici di “contrarre prestiti da estinguersi con cessione di quote di stipendio o del salario fino ad un quinto dell’ammontare”. Gli artt. 15 e 53, individuano gli istituti autorizzati, in via esclusiva, a concedere prestiti ai dipendenti pubblici. Anche queste limitazioni sono state estese ai dipendenti di imprese private. 27. L’art. 52 stabilisce che i dipendenti pubblici (e ora anche i dipendenti di privati) “possono fare cessioni di quote di stipendio in misura non superiore ad un quinto” e per periodi massimi di cinque o dieci anni a condizione che siano provvisti di stipendio fisso e continuativo (ulteriori modifiche della disposizione introdotte dalla recente legislazione non rilevano ai fini della questione in esame). 28. La tesi della società ricorrente è che i lavoratori dipendenti (dopo le recenti modifiche, anche quelli di aziende private) non potrebbero cedere una parte della loro retribuzione alle associazioni sindacali a titolo di quote associative, perché la cessione sarebbe consentita solo in favore degli istituti di credito indicati negli artt. 15 e 53 del D.Lgs. su richiamato. 29. La tesi fa dire alla legge qualcosa in più e di diverso da ciò che essa stabilisce effettivamente. Infatti, la limitazione concernente gli istituti di credito riguarda solo le cessioni di credito retributivo col legate alla erogazione di prestiti (cfr. il combinato disposto degli artt. 5, 15 e 53 del T.U.). 30. Sono perfettamente comprensibili le ragioni di tale scelta legislativa, volta a garantire che il soggetto erogatore del prestito e correlativamente beneficiario della cessione di quote della retribuzione per la restituzione del capitale maggiorato degli interessi, presenti caratteristiche tali da assicurarne serietà ed affidabilità e che il lavoratore sia tutelato contro prestiti erogati da soggetti che non offrano adeguate garanzie. 31. Al contrario, l’art. 52 riguarda tutte le cessioni del credito del lavoratori dipendenti, anche quelle non collegate alla erogazione di un prestito. La norma prevede una serie di condizioni e restrizioni, ma non contiene limitazioni del novero dei cessionari. Queste ultime, specifiche limitazioni sono circoscritte alle sole cessioni in qualsiasi modo collegate a concessioni di prestiti e riguardano soggetti che, al tempo stesso, sono erogatori di credito e cessionari. Tali specifiche limitazioni non riguardano cessioni del tutto slegate dalla concessione di crediti, come sono quelle in favore delle associazioni sindacali per il pagamento delle quote associative. 32. Sarebbe stato molto strano, del resto, che il legislatore, al fine di garantire il lavoratore cedente, gli impedisse di destinare una parte (in genere molto contenuta, e comunque soggetta ai limiti incisivi fissati dall’art. 52) della sua retribuzione al sindacato cui aderisce, cosi trasformando una legislazione antiusura volta a tutelare il lavoratore, in una forma di restrizione irragionevole della sua autonomia e della sua libertà sindacale. 33. Il legislatore non ha previsto questo, ma ha introdotto limitazioni calibrate in funzione degli interessi da tutelare e differenziate in relazione alla diversità delle situazioni, fissando limiti per tutte le cessioni e prevedendo limiti specifici per le cessioni in qualsiasi modo connesse alla erogazione di un prestito. L’interprete non può estendere queste limitazioni oltre l’ambito segnato dalla lettera e dalla finalità dell’intervento legislativo”.

La Corte ha infatti evidenziato come la autorizzazione alla trattenuta sullo stipendio debba essere qualificata come una vera e propria cessione del credito e , in quanto tale, rimessa alla volontà del lavoratore, senza che in tale ragionamento si colga una rilevante ed esclusiva preferenza per l’associazione sindacale ( che ben può essere riconosciuta anche nelle rappresentanze COBAS).

In definitiva deve affermarsi il diritto del lavoratore, dipendente pubblico, ad ottenere che, a fronte di una propria mera comunicazione alla PA dalla quale dipende di autorizzazione alla trattenuta, la PA che nella specie sia la parte datoriale, proceda alla trattenuta ed al versamento sulla base della interpretazione di tale “autorizzazione” in termini di una cessione del credito.

La circostanza, dunque, che ADPL non sia una associazione sindacale non è rilevante esprimendo comunque la iscrizione alla associazione un diritto del lavoratore costituzionalmente tutelato né tantomeno assume rilievo il profilo dei costi, tenuto conto della limitatezza ragionevole degli stessi (nel caso di specie neppure documentati).

In definitiva l’appello va accolto e la sentenza appellata riformata, con rigetto della originaria opposizione al decreto ingiuntivo.

Va anche accolta la domanda riconvenzionale proposta ritualmente dalla opposta in primo grado e coltivata in grado di appello ed avente ad oggetto la condanna del Comune al pagamento delle ulteriori quote associative maturate in tempi successivi per Euro 748,00, essendo fondata sui medesimi presupposti.

Atteso che il decreto ingiuntivo risulta revocato con la sentenza di primo grado, l’accoglimento dell’appello determina la condanna del Comune appellato al pagamento della somma a suo tempo richiesta con decreto ingiuntivo, ove non sia già stato integralmente eseguito il pagamento.

In ragione della soccombenza a stante la domanda della appellante sul punto il Comune appellato va condannato alla rifusione delle spese del presente grado di giudizio e del primo grado. Le spese si liquidano come da dispositivo tenuto conto della assenza di attività istruttoria e dei valori tariffari ex D.M. n. 55 del 2014 e successive modificazioni in relazione al valore della causa come da domanda.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunziando ogni ulteriore istanza ed eccezione disattesa e assorbita così provvede:

in accoglimento dell’appello, riforma la sentenza pronunciata dal Giudice di pace di Milano n. 8813/2018 pubblicata in data 16.10.2018 e condanna il Comune di Milano al pagamento in favore di Associazione D.P. della somma di Euro 1792,00 oltre interessi dalla domanda al saldo ove non già intervenuto il pagamento integrale;

condanna altresì il Comune di Milano al pagamento della somma di Euro 748,00 oltre interessi dalla domanda al saldo in accoglimento della domanda riconvenzionale;

condanna il Comune di Milano alla rifusione delle spese sostenute dalla appellante che si liquidano per il presente giudizio di appello in Euro 1.700,00 oltre rimborso forfettario IVA e cpa .e per il primo grado in Euro 870,00 ,oltre rimborso forfettario IVA e cpa.
Conclusione

Così deciso in Milano, il 6 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 8 luglio 2021.

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