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Chapter 16: XI. Comincio a vivere per conto mio, e ciò non mi piace #adessonews


 

XI. Comincio a vivere per conto mio, e ciò non mi piace

 

  Conosco abbastanza il mondo, ormai, da avere quasi perduto la capacità di rimanere molto stupito da qualsiasi cosa; ma rimane sempre sorprendente, per me, anche adesso, il fatto che mi si sia potuto cacciare via a quell’età. Mi appare straordinario che nessuno abbia fatto un solo gesto per difendere un bambino ricco di doti, con una forte capacità di osservazione, sveglio, precoce, delicato, facile a ferirsi fisicamente o moralmente. Ma nessuno fece niente; e a dieci anni io divenni un ragazzino di fatica al servizio di Murdstone e Grinby.

  Il magazzino di Murdstone e Grinby era verso il fiume giù a Blackfriars. Recenti sistemazioni hanno modificato il posto; allora era l’ultimo edificio al termine d’una stretta strada, che scendeva curva dalla collina al fiume, con degli scalini alla fine dove attraccavano le barche. Era una vecchia costruzione bizzarra, con una sua propria banchina, che sporgeva sull’acqua quando c’era alta marea, e sul fango durante la bassa marea, ed era letteralmente affollata di topi. Le sue stanze dai pannelli scoloriti dalla sporcizia e dal fumo d’un centinaio d’anni, credo; i suoi pavimenti e pianerottoli sconnessi; i tonfi e gli stridii dei vecchi grossi ratti grigi nelle cantine, e la sporcizia e la devastazione di tutto quel posto sono tutte cose non di molti anni or sono, per me, ma ancora attuali. Mi sono tutte presenti, proprio com’erano in quella triste ora che giunsi lì per la prima volta, con la mano tremante in quella di mr. Quinion.

  Il commercio di Murdstone e Grinby si svolgeva in vari settori, ma la sua più importante branca era il rifornimento di vini e alcool a certe navi da trasporto. Ho dimenticato adesso quali fossero le destinazioni principali, ma mi pare che tra l’altro vi fossero delle spedizioni per le Indie occidentali e orientali. So però che una grande quantità di bottiglie vuote era una delle conseguenze di questi traffici, e che certi uomini e ragazzi erano incaricati di esaminarle contro luce, scartando quelle incrinate, e poi di pulirle e sciacquarle. Quando scarseggiavano le bottiglie vuote, bisognava incollare etichette su quelle piene, o metterci i tappi, o sigillare i tappi, o mettere nelle casse le bottiglie pronte. Tutti questi lavori erano di mia pertinenza, perché ero uno dei ragazzi adibiti a queste incombenze.

  Ve ne erano tre o quattro, me compreso. Il mio posto di lavoro era in un angolo del magazzino, dove mr. Quinion poteva vedermi, quando credeva opportuno salire su uno sgabello nel suo ufficio e guardarmi da una finestrella al di sopra dello scrittoio. Lì, la prima mattina da che avevo iniziato, sotto quegli auspici, a vivere per conto mio, il più anziano dei ragazzi che vi lavoravano stabilmente venne incaricato di mostrarmi il mio lavoro. Si chiamava Mick Walker, ed indossava un grembiule lacero e un berretto di carta. Mi comunicò che suo padre era battelliere e partecipava, con un copricapo di velluto nero, al corteo del Lord Mayor. Mi disse anche che il nostro principale collaboratore sarebbe stato un altro ragazzo che mi presentò con il nome, per me straordinario, di Mealy Scoprii, successivamente, che quel giovane non era stato battezzato con quel nome, ma che lo aveva ricevuto nel magazzino per via del suo aspetto, che era pallido e farinoso. Il padre di Mealy era barcaiolo, ed aveva inoltre la particolare distinzione di essere pompiere, e di venire ingaggiato come tale nei più grossi teatri; per cui una giovane parente di Mealy – credo la sorellina – faceva il Diavoletto nelle Pantomime.

  Nessuna parola può esprimere la segreta agonia della mia anima quando precipitai in quella compagnia; quando paragonai questa che sarebbe stata da allora la mia compagnia quotidiana con quelle della mia più felice giovinezza… per non parlare di Steerforth, Traddles e gli altri ragazzi della scuola; e sentii che le mie speranze di diventare un uomo istruito e perbene si spegnevano nel mio cuore. La profonda rimembranza della sensazione che avevo di essere completamente senza più speranze; della vergogna che provavo per la mia posizione; della infelicità che invadeva il mio giovane cuore al pensiero che giorno per giorno ciò che avevo imparato, e pensato, e che mi aveva divertito e sviluppato la mia fantasia e il mio senso di emulazione, sarebbe a poco a poco sparito, per non tornare mai più: tutto ciò non può essere descritto. Ogni volta che Mick Walker si allontanava durante quella mattina, mescolai le mie lacrime con l’acqua nella quale lavavo le bottiglie, e singhiozzavo come se vi fossero delle raffiche di vento nel mio petto, che rischiavano di farlo scoppiare.

  L’orologio dell’ufficio segnava la mezza dopo mezzogiorno, e ci si stava preparando per andare a mangiare, quando mr. Quinion bussò alla finestrella dell’ufficio e mi fece cenno di andare da lui. Mi ci recai, e trovai lì una persona grassa, di mezza età, con un soprabito scuro e abito e scarpe nere, senza un capello sulla testa (che era larga e scintillante), calva come un uovo, e con un volto estremamente largo, che girò verso di me. I suoi abiti erano logori, ma aveva un colletto imponente. Portava una specie di elegante bastone, da cui pendevano un paio di ruvide nappe, ed un occhialetto gli pendeva lungo la giacca… per ornamento, mi accorsi successivamente, perché molto raramente guardava attraverso quello, e quando lo faceva non riusciva a vedere nulla.

  «Questo», disse mr. Quinion, alludendo a me, «è lui».

  «Questo», disse lo sconosciuto, con un certo tono condiscendente nella sua voce e una certa indescrivibile aria di fare qualcosa di aristocratico, che mi impressionò parecchio, «è il Signorino Copperfield. Spero di trovarvi bene, signore».

  Dissi che stavo molto bene, come speravo di lui. Dio sa che stavo abbastanza male, ma non era nella mia natura lamentarmi molto, in quell’epoca della mia vita, così gli dissi che stavo molto bene, e così speravo di lui.

  «Io sto», disse il nuovo venuto, «grazie al cielo, molto bene. Ho ricevuto una lettera da mr. Murdstone, nella quale egli mi informa che desidererebbe ch’io ricevessi in un appartamento nel retro della mia casa, che è in questo momento non occupato… insomma, da affittare… insomma», disse il nuovo venuto con un sorriso ed una improvvisa confidenza, «come camera da letto… il giovane apprendista che adesso ho il piacere di…», e il nuovo venuto mosse le mani e si sistemò il mento nel colletto.

  «Questo è mr. Micawber», disse mr. Quinion.

  «Ehm!», esclamò il nuovo venuto. «Questo è il mio nome».

  «Mr. Micawber», disse mr. Quinion, «è conosciuto da mr. Murdstone. Raccoglie ordinazioni per noi, su commissione, quando ne trova. Mr. Murdstone gli ha scritto in merito al tuo alloggio, e ti terrà come pensionante».

  «Il mio indirizzo», disse mr. Micawber, «è Windsor Terrace, City Road. Io… insomma», disse mr. Micawber, con la stessa aria aristocratica e con un’altra concessione confidenziale, «io vivo lì».

  Gli feci un inchino.

  «Avendo la sensazione», disse mr. Micawber, «che le vostre pe-regrinazioni per questa metropoli non siano state abbastanza estese, motivo per cui avreste delle difficoltà a penetrare gli arcani della moderna Babilonia in direzione di City Road… insomma», continuò mr. Micawber, con un altro scoppio di confidenza, «che possiate sperdervi… sarei felice di venirvi a prendere stasera, e infondervi la conoscenza della via più breve».

  Lo ringraziai di cuore, perché era molto amichevole da parte sua prendersi questo pensiero.

  «A quale ora», chiese mr. Micawber, «io potrei…».

  «Circa alle otto», rispose mr. Quinion.

  «Circa alle otto», fece mr. Micawber. «Vi auguro una buona giornata mr. Quinion. Non voglio disturbare oltre».

  Così prese il suo cappello e si allontanò col bastone sotto il braccio; molto eretto e canterellando un motivo, quando fu fuori dall’ufficio.

  Quindi mr. Quinion mi ingaggiò formalmente, perché mi rendessi utile nel magazzino di Murdstone e Grinby, al salario, mi pare, di sei scellini alla settimana. Non ricordo bene se fossero sei o sette. Sono incline a credere, per la mia incertezza su questo punto, che fossero prima sei e poi sette. Mi anticipò una settimana (di tasca sua, credo), ed io diedi sei pence a Mealy perché quella sera portasse il mio bagaglio a Windsor Terrace; perché per quanto fosse piccolo, era troppo pesante per le mie forze. Pagai altri sei pence per il mio pasto, che consistette in un pasticcio di carne e in una passata ad una pompa d’acqua lì vicino; e trascorsi l’ora destinata al pasto passeggiando per le strade lì attorno.

  All’ora fissata per quella sera riapparve mr. Micawber. Mi lavai le mani e la faccia, per rendere onore alla sua distinzione, e ci recammo a casa nostra, come credo che debba chiamarla da ora; mr. Micawber mi imprimeva in mente i nomi delle strade e l’aspetto degli angoli, mentre camminavamo, in modo che il mattino dopo potessi trovare facilmente la strada.

  Arrivati a casa sua, in Windsor Terrace (che notai era logora come lui, ma come lui stesso cercava d’apparire il più possibile), mi presentò mrs. Micawber, una magra ed appassita signora, per niente giovane, che sedeva nel salotto (il pianterreno era completamente privo di mobili, e le imposte erano chiuse, per deludere i vicini), con un bambino al petto. Il bambino era uno di due gemelli; e devo notare qui che mai, in tutta la durata della mia esperienza in quella famiglia, vidi entrambi i gemelli staccati da mrs. Micawber nello stesso momento. C’era sempre uno intento a prendere il suo rinfresco.

  Vi erano altri due bambini: il signorino Micawber, di circa quattro anni, e miss Micawber, di circa tre. Questi, ed una ragazza dalla pelle scura, che aveva l’abitudine di soffiare col naso ed era la domestica della famiglia e che mi informò prima che fosse trascorsa mezz’ora che era una “orfanella” e di venire dall’orfanotrofio di St. Luke, nei paraggi, completavano la famiglia. La mia stanza era in cima alla casa, sul retro; una stanza senz’aria, con un disegno stampato tutt’attorno nel quale la mia giovanile immaginazione vide qualcosa come una torta azzurra, e molto scarsamente mobiliata.

  «Non avrei mai pensato», disse mrs. Micawber, quando salì con il gemello e tutto a mostrarmi la stanza, e sedette per riprendere respiro, «prima di sposarmi, quando vivevo con papà e mamma, che mi sarei trovata nella necessità di prendere un inquilino. Ma siccome mr. Micawber si trova in difficoltà, ogni considerazione sui propri privati sentimenti deve essere accantonata».

  Le dissi: «Certo, signora».

  «Le difficoltà di mr. Micawber, in questo momento, sono pres- socché insormontabili», disse mrs. Micawber, «e non so se sarà possibile trarlo d’impaccio. Quando vivevo con papà e mamma, non sarei certo riuscita a capire cosa significava questa parola, nel senso nel quale l’uso adesso, ma experientia insegna come diceva sempre papà».

  Non riesco a ricordarmi se fu essa a dirmi che mr. Micawber era stato ufficiale di marina, o se me lo sono immaginato io. So solo che ancora adesso credo che egli fosse stato un certo tempo in marina, ma non so come lo seppi. Era una specie di mediatore per alcune ditte di generi vari, adesso; ma concludeva poco o niente, temo.

  «Se i creditori di mr. Micawber non gli daranno tempo», continuò mrs. Micawber, «ne dovranno sopportare le conseguenze; e quanto prima porteranno a termine ciò, meglio sarà. Non si può cavare sangue da un sasso, e nessuno può oggi ottenere un acconto (senza parlare delle spese legali) da mr. Micawber».

  Non ho mai potuto capire se la mia precoce condizione di indipendenza avesse tratto in inganno mrs. Micawber sulla mia età, o se essa fosse così piena di questo argomento che ne avrebbe parlato ai gemelli se non vi fosse stato nessun altro a cui comunicarlo, ma fu questo il tono su cui cominciò, e col quale continuò per tutto il tempo che la conobbi.

  Povera mrs. Micawber! Mi disse che aveva tentato di fare qualcosa lei stessa, e non dubito che l’aveva fatto. Il centro della porta di casa era coperto da una grande targa d’ottone, sulla quale era inciso: «Istituto d’istruzione per signorine di mrs. Micawber»; ma non mi risulta che nessuna signorina fosse mai andata a scuola lì, o si fosse proposta di andarci; o che alcun preparativo fosse stato fatto per accogliervi qualche studentessa. Gli unici visitatori che vidi o udii erano creditori. Venivano a tutte le ore, ed alcuni di costoro proprio con ferocia. Un uomo dal viso sudicio, credo che fosse un calzolaio, usava infilarsi nel corridoio già alle sette del mattino, e chiamare per le scale mr. Micawber: «Ehi! Non sei ancora uscito, lo so! Ci vuoi pagare? Non ti nascondere, sai: non fare il vigliacco! Non sarei così vigliacco se fossi in te. Vuoi pagarci, sì o no? Mi senti? Pagaci! Scendi!». Non ricevendo risposta a questi rimproveri, gli salivano nella collera parole come “imbroglioni” e “ladri”; e rimanendo anche queste senza effetto, qualche volta arrivava ad attraversare la strada, urlando contro le finestre del secondo piano, dove sapeva che si trovava mr. Mi- cawber. In queste occasioni mr. Micawber veniva colto da dolore e mortificazione; fino al punto (del quale venni a conoscenza attraverso le urla della moglie) di minacciare la propria esistenza con un rasoio; ma mezz’ora dopo lucidava le sue scarpe con cura straordinaria, ed usciva canterellando un motivo con un’aria più aristocratica che mai.

  Mrs. Micawber era egualmente elastica. L’ho vista cadere svenuta davanti all’esattore delle tasse alle tre del pomeriggio, e mangiare cotolette impanate d’agnello e bere birra calda (pagati con due cucchiaini da tè portati al monte dei pegni) alle quattro.

  In un’altra occasione, quando vi era stato un pignoramento, tor-nando casualmente prima del solito a casa, alle sei, la scorsi distesa (naturalmente, con uno dei gemelli) davanti ai fornelli, svenuta, con i capelli scarmigliati sul volto; ma non l’ho mai vista così allegra come quella stessa sera, davanti ad una cotoletta di vitello, in cucina, accanto al fuoco, mentre mi raccontava storie di suo padre e sua madre e degli ospiti che avevano.

  In quella casa e con questa famiglia trascorrevo il mio tempo libero. Alla mia colazione personale, composta di un panino da un penny e d’un penny di latte, provvedevo da me; mettevo un altro panino e un pezzetto di formaggio su una particolare mensola d’una certa credenza, per cenare quando tornavo la sera. Sapevo bene che questo procurava un buco nei miei sei o sette scellini; e stavo tutto il giorno nel magazzino, e dovevo sostentarmi tutta la settimana con quei soldi. Da lunedì a sabato sera non avevo consigli, non ammonimenti, nessun incoraggiamento, nessuna consolazione, nessuna assistenza, nessun aiuto, di nessun tipo, da nessuno, ch’io possa ricordarmi, come spero di andare in cielo.

  Ero così giovane e infantile e così poco qualificato – come avrebbe potuto essere diversamente? – per sopportare l’intero carico della mia esistenza che spesso, recandomi al mattino da Murdstone e Grinby, non riuscivo a resistere alla tentazione dei dolci raffermi esposti per la vendita a metà prezzo davanti alle pasticcerie, e spendevo in quelli i soldi che avevo conservati per il mio pranzo. Allora rimanevo senza pasto o compravo un panino rotondo o una fetta di pudding. Ricordo due negozi di pudding, tra i quali mi dividevo a seconda delle mie finanze. Uno si trovava in un cortile accanto alla chiesa di St. Martin – alle spalle della chiesa – che adesso è sparito del tutto. Il pudding in quella bottega era fatto con lo zibibbo, ed era un pudding straordinario, ma era caro; per due penny si riceveva l’equivalente di un penny di pudding ordinario. Un buon negozio di quest’ultimo si trovava nello Strand – più o meno in quella parte che adesso è stata ricostruita. Aveva un pudding pallido e grosso, pesante e molliccio, con grossi acini schiacciati messi interi a grande distanza l’uno dall’altro. Usciva caldo dal forno circa all’ora adatta per me, ogni giorno, e molte volte mangiai solo quello. Quando mangiavo regolarmente e sostanziosamente, avevo una cervellata ed un panino da un penny, o un piatto da quattro penny di carne rossa da una rosticceria; o un piatto di pane e formaggio e un bicchiere di birra da una miserabile vecchia osteria di fronte al mio luogo di lavoro, che si chiamava “Al Leone”, o “Il Leone” e qualche altra cosa che ho scordato. Mi rivedo una volta che col pane (che avevo portato da casa al mattino) sotto il braccio, avvolto in un pezzo di carta, come un libro, mi recai in una famosa trattoria alla moda presso Drury Lane, e ordinai una piccola porzione del manzo brasato per cui quel locale era noto. Non so cosa pensasse il cameriere di quella strana piccola apparizione giunta lì tutta sola; ma lo rivedo ancora adesso, a guardarmi mentre mangiavo, chiamando anche un altro cameriere perché assistesse allo spettacolo. Gli diedi mezzo penny di mancia, e vorrei che non l’avesse accettato.

  Avevamo un’altra mezz’ora, mi pare, per il tè. Quando avevo ab-bastanza denaro, mi procuravo una mezza pinta di caffè espresso e una fetta di pane e burro. Quando non ne avevo, andavo a guardare la vetrina d’un negozio di cacciagione in Fleet Street; o passeg-giavo, per tutto il tempo, fino al mercato di Covent Garden, per vedere gli ananas. Mi piaceva passeggiare attorno all’Adelphi, perche era un posto misterioso, con tutti quegli archi bui. Mi vedo emergere una sera da uno di questi archi, da una piccola osteria presso la riva, con uno spiazzo davanti, dove alcuni scaricatori di carbone stavano ballando, e sedermi su una panca per guardarli. Mi chiedo cosa pensassero di me! Ero talmente bambino e così piccolo che spesso quando entravo in un bar o in una nuova trattoria, per avere un bicchiere di birra chiara o scura per bagnare ciò che avevo da mangiare, esitavano a darmelo. Ricordo un caldo pomeriggio, che entrai in un bar o in una osteria e chiesi al padrone:

  «Qual è la vostra migliore – proprio la migliore – birra in bicchiere?», perché era una speciale occasione, non ricordo quale, forse il mio compleanno.

  «La Genuine Stunning», disse il padrone, «che costa due pence e mezzo».

  «Allora», feci, mostrando il denaro, «per favore, versatemi un bicchiere di Genuine Stunning, con parecchia spuma».

  Il padrone mi guardò in risposta da sopra il bancone, squadrandomi dalla testa ai piedi con uno strano sorriso sul volto; e invece di versarmi la birra, si girò dietro il tramezzo e disse qualcosa alla moglie. Essa uscì fuori di lì, col suo lavoro in mano, e si unì a lui nello squadrarmi.

  Rivedo ancora tutti e tre in quell’atteggiamento. Il padrone in maniche di camicia, appoggiato al bancone; sua moglie che guardava dalla soglia della piccola porta; ed io, piuttosto imbarazzato, che li guardavo da dietro il tramezzo. Mi posero una quantità di domande: come mi chiamavo, quanti anni avevo, dove vivevo, dove lavoravo, e come mai ero andato lì. A tutto ciò, per non compromettere nessuno, temo che inventai delle appropriate risposte. Mi diedero la birra, sebbene io sospetti che non fosse la Genuine Stunning; e la moglie del padrone, aprendo la piccola mezza porta del bancone e chinandosi su di me, mi restituì i miei soldi e mi diede un bacio che era mezzo di ammirazione e mezzo di compassione, ma del tutto femminile e sincero, ne sono sicuro.

  So di non esagerare, inconsciamente e senza intenzione, la scarsezza delle mie risorse e le difficoltà della mia vita. Ricordo che se qualche volta mr. Quinion mi dava uno scellino, lo spendevo per mangiare o per il tè. So che lavoravo dalla mattina alla sera, tra uomini e ragazzi del popolo, un bambino cencioso. So che girellavo per le strade, nutrito poco e male. So che, se non fosse stato per l’assistenza del cielo, facilmente sarei diventato un piccolo ladro o un vagabondo, per la scarsa cura che ognuno si dava di me. Pure, conservavo un certo rango da Murdstone e Grinby. A parte il fatto che mr. Quinion faceva ciò che poteva, un uomo distratto e occupato come lui, in una faccenda così anomala, per trattarmi su un piano diverso dagli altri, non avevo mai detto a nessuno, uomo o ragazzo, come mai ero giunto lì, o dato il minimo segno di essere addolorato di trovarmi lì. Nessuno tranne me seppe mai ciò che soffrivo in segreto, e soffrivo parecchio. Ciò che soffrivo, come ho già detto, è eccessivamente al di là della mia capacità a riferire. Ma mi tenevo alle mie decisioni e facevo il mio lavoro. Sapevo fin dal principio che, se non avessi fatto il mio lavoro bene come qualsiasi altro, non avrei potuto salvarmi dal disprezzo e dalle canzonature. Divenni subito perciò rapido ed abile come qualsiasi altro dei ragazzi. Sebbene del tutto amichevole con essi, la mia condotta e le mie maniere erano abbastanza diverse da creare una certa distanza tra di noi. Essi e gli operai, in genere, mi chiamavano “il signorino”, o “il giovane del Suffolk”. Un certo operaio chiamato George, che era capo degli imballatori, ed un altro chiamato Tipp, che era il carrettiere e indossava una giubba rossa, qualche volta mi si rivolgevano chiamandomi “David”; ma penso che ciò accadesse principalmente quando ci trovavamo molto in confidenza, e quando avevo fatto degli sforzi per intrattenerli, durante il nostro lavoro, con qualche avanzo delle vecchie letture, che mi stavano rapidamente uscendo dalla memoria. Una volta Mealy Potatoes insorse e si ribellò contro questi segni di distinzione; ma Mick Walker lo rimise im-mediatamente a posto.

  Giudicavo impossibile ogni liberazione da questo tipo di esistenza, e senz’altro abbandonai ogni idea del genere. Sono profondamente convinto che nemmeno per un’ora riconsiderai ciò, e neppure un’ora trascorse senza che mi sentissi terribilmente infelice; ma persino a Peggotty, sia per l’amore che le portavo, sia per vergogna, in nessuna lettera (sebbene ce ne scrivessimo parecchie) rivelai la verità.

  Le difficoltà di mr. Micawber si sommavano alle preoccupazioni della mia mente. Nella mia desolazione, mi ero affezionato a quella famiglia e usavo passeggiare oppresso dai calcoli di mrs. Micawber sulle varie possibilità e mezzi, o sotto il peso dei debiti di mr. Micawber. Il sabato sera, che era una gran festa per me – sia perché era una gran cosa recarsi a casa con sei o sette scellini in tasca, guardando i negozi e pensando cosa si sarebbe potuto comprare con una tal somma, sia perché tornavo presto a casa -, mrs. Micawber mi faceva le confidenze più lacrimevoli; ed anche la domenica mattina, mentre mescolavo le porzioni di tè e caffè che avevo comprato la sera prima in un pentolino da barbiere, e cominciavo tardi la mia colazione. Non era del tutto insolito per mr. Micawber singhiozzare violentemente all’inizio di una di queste conversazioni del sabato sera, e cantare delle delizie di Jack con la sua amata verso la fine della serata. L’ho visto venire a cena in un fiotto di lacrime, dichiarando che non lo at-tendeva altro che il carcere; e andare a letto calcolando la spesa per aprire delle verande alle finestre della casa «casomai qualcosa dovesse cambiare», che era la sua espressione preferita. E mrs. Micawber era proprio la stessa.

  Una curiosa sorta di amicizia, nata credo dalle rispettive circostanze della nostra vita, era sorta tra me e questa gente, ad onta della sproporzionata differenza di età. Ma non volli mai accettare qualsiasi invito a mangiare e bere con loro delle loro provviste (sapendo i cattivi rapporti che avevano col macellaio e il panettiere, e che spesso non avevano abbastanza neppure per se stessi), finché mrs. Micawber non mi introdusse del tutto nella sua confidenza.

  Lo fece una sera dicendo così:

  «Signorino Copperfield», disse mrs. Micawber, «non vi considero un estraneo, e perciò non esito a dirvi che le difficoltà di mr. Micawber sono giunte ad una crisi».

  Mi sentii molto infelice sentendo ciò, e guardai gli occhi rossi di mrs. Micawber con la massima simpatia:

  «Al di fuori della crosta d’un formaggio olandese, che non è adatta ai bisogni d’una giovane famiglia», continuò mrs. Micawber, «non v’è una briciola di nulla in dispensa. Ero abituata a parlare di dispensa quando vivevo con papà e mamma, e adopero adesso quasi inconsciamente questa parola. Ciò che voglio dirvi, è che in casa non c’è nulla da mangiare».

  «Povero me!», esclamai, costernato.

  Avevo ancora due o tre scellini della mia paga settimanale in tasca – dal che presumo che dovesse essere un mercoledì sera quando avemmo questa conversazione – e in fretta li tirai fuori e con sincera emozione pregai mrs. Micawber di accettarli come prestito. Ma quella signora, baciandomi e facendomeli rimettere nella tasca, mi rispose che non ci avrebbe pensato neppure.

  «No, caro signorino Copperfield», disse, «lungi da me una cosa del genere! Ma voi avete intelligenza maggiore dei vostri anni, e potreste rendermi un altro tipo di servizio, se volete; un servizio che accetterei con gratitudine».

  Chiesi a mrs. Micawber di dirmi di che si trattava.

  «Ho provveduto io stessa a separarmi dall’argenteria», disse mrs. Micawber, «sei cucchiaini da tè, due saliere, un paio di zuccheriere, in epoche differenti li ho tramutati in moneta, segretamente, con le mie stesse mani. Ma i gemelli sono un gran legame; e per me, con il mio ricordo di papà e mamma, queste transazioni rappresentano un gran dolore. Vi sono ancora alcune cosette da cui potremmo separarci. I sentimenti di mr. Micawber non gli consentono di occuparsene lui; e Clickett – era la ragazza che veniva dall’orfanotrofio – essendo una ragazza volgare, si prenderebbe delle dolorose libertà, se riponessimo in lei tanta confidenza. Signorino Copperfield, se posso chiedervi…».

  Compresi cosa volesse adesso mrs. Micawber, e le chiesi di disporre come voleva di me. Cominciai a occuparmi degli articoli di proprietà più trasportabili quella sera stessa; e proseguii con spedizioni del genere quasi ogni mattina, prima di recarmi da Murdstone e Grinby.

  Mr. Micawber aveva alcuni libri su un piccolo scaffale, che chiamava la libreria; e quelli furono i primi. Li portai, uno dopo l’altro, ad una bancarella di libri sulla City Road, che dalla parte della nostra casa era piena di libri e di venditori di uccelli e li vendetti per ciò che potetti ricavarne. Il padrone della bancarella, che viveva in una piccola casa lì dietro, soleva ubriacarsi ogni sera e veniva violentemente rimproverato dalla moglie ogni mattino. Più d’una volta, quando arrivavo presto lì, mi dava udienza da un letto trasformabile, con una ferita sulla fronte o un occhio nero che testimoniavano dei suoi eccessi della notte (temo che avesse una ubriachezza litigiosa); e con mano tremante cercava di trovare nell’una o nell’altra tasca dei suoi abiti, sparsi sul pavimento, gli scellini pattuiti, mentre la moglie, con un bambino in braccio e gli zoccoli ai piedi, non la smetteva di rampognarlo. Qualche volta perdeva i soldi e allora mi chiedeva di tornare più tardi; ma sua moglie ne aveva sempre un poco – suppongo che li avesse sottratti a lui mentre era ubriaco – e segretamente portava a termine l’affare sulle scale, mentre scendevamo insieme.

  Anche al monte dei pegni cominciai ad essere ben noto. Il capufficio che officiava dietro la cassa mi trattava con molta considerazione; e spesso mi invitava, ricordo, a declinargli un nome o un aggettivo o a coniugargli un verbo latino, nell’orecchio, mentre completava la transazione. In tutte queste occasioni mr. Micawber organizzava un piccolo festino, che consisteva generalmente in una cena; e ben ricordo il particolare sapore di quei pasti.

  Infine le difficoltà di mr. Micawber giunsero ad una crisi, ed un mattino all’alba venne arrestato e portato alla prigione di King’s

  Bench, nel Mi disse, uscendo dalla casa, che il sole era tramontato per sempre per lui… e pensai che veramente il suo cuore era spezzato, e lo era anche il mio. Ma dopo udii che era stato visto, prima di mezzogiorno, giocare una vivace partita a birilli.

  La prima domenica dopo il suo arresto andai a trovarlo e rimasi a mangiare con lui. Dovevo chiedere la strada fino a un certo posto, e poco più oltre avrei visto un altro posto, e più avanti un cortile, che dovevo attraversare e proseguire dritto finché avessi incontrato un carceriere. Feci tutto ciò: e quando alla fine incontrai un carceriere (che povero piccolo visitatore che ero!), e pensai allora a quando Roderick Random era chiuso nella prigione per debiti, e vi era un uomo che non aveva altri abiti tranne una vecchia coperta, il carceriere svanì davanti ai miei occhi pieni di lacrime ed al mio cuore commosso.

  Mr. Micawber mi aspettava accanto al cancello, e ci recammo insieme nella sua stanza (un piano sotto il soffitto), e piangemmo parecchio. Mi ammonì solennemente, ricordo, ad imparare qualcosa dal suo destino; ed osservare che se un uomo ha venti sterline all’anno di rendita e ne spende diciannove, diciannove scellini e sei pence, egli sarà felice; ma se spende una sterlina più di venti, sarà infelice. Dopo di che si fece prestare da me uno scellino, mi diede un ordine scritto di pagamento per mrs. Micawber, infilò in tasca il fazzoletto e si rallegrò.

  Sedemmo davanti a un piccolo fuoco, con due mattoni ai lati di un rustico fornello, uno per lato, per impedire un eccessivo consumo di carbone; fin che un altro debitore, che divideva la stanza con mr. Micawber, venne dal forno con la spalla di montone che rappresentava il pasto della nostra compagnia. Allora venni mandato dal “capitano Hopkins”, nella stanza sulle nostre teste, con i rispetti di mr. Micawber, di cui ero un giovane amico, a chiedere se il capitano Hopkins voleva prestarci un coltello e una forchetta.

  Il capitano Hopkins mi consegnò coltello e forchetta, con i suoi ri-spetti a mr. Micawber. V’era una signora molto sporca nella sua piccola stanza, e due scialbe ragazze, sue figlie, con i capelli arruffati. Pensai che era meglio prendere in prestito il coltello e la forchetta del capitano Hopkins, che il pettine del capitano. Il capitano stesso era estremamente disordinato, con folti favoriti, e indossava un vecchissimo cappotto scuro, senza niente altro sotto.

  Vidi il suo letto arrotolato da un lato; e tutti i piatti, le scodelle e le posate che possedeva su una mensola; e indovinai (Dio sa come) che sebbene le due ragazze dalla testa arruffata fossero le figlie del capitano Hopkins, quella signora sudicia non era sposata col capitano Hopkins. La mia timida sosta sulla sua soglia non durò più di un paio di minuti al massimo; ma tuttavia tornai giù avendo compreso tutto ciò, com’era vero che tenevo in mano il coltello e la forchetta.

  Dopo tutto, in quel pranzo ci fu qualcosa di zingaresco e di di-vertente. Riportai al capitano Hopkins coltello e forchetta nel po-meriggio, e tornai a casa per consolare mrs. Micawber con un resoconto della mia visita. Svenne quando mi vide tornare, e poi fece delle uova sbattute per consolarci mentre ne parlavamo.

  Non so come la mobilia di casa venne venduta a beneficio della famiglia, o chi la vendette, tranne che non lo feci io. Comunque venne venduta e portata via con un furgone; tranne il letto, alcune sedie e il tavolo di cucina. Ci accampammo con questi beni, se così si può dire, nei due salotti della casa vuota di Windsor Terrace, mrs. Micawber, i bambini, l’orfana ed io stesso; e vivevamo giorno e notte in quelle stanze. Non ricordo per quanto tempo fu, ma mi sembra piuttosto a lungo. Infine mrs. Micawber decise di trasferirsi nella prigione, dove mr. Micawber aveva adesso ottenuto una stanza tutta per sé. Così portai io stesso le chiavi di casa al proprietario, che fu molto contento di riaverle; ed i letti vennero portati al King’s Bench, tranne il mio, perché per me era stata affittata una stanzetta fuori le mura nei pressi di quella Istituzione, con mia grande soddisfazione, dato che i Micawber ed io eravamo diventati troppo legati gli uni all’altro, nei nostri dispiaceri, per separarci. L’orfana fu egualmente sistemata in un alloggio da poco prezzo nelle stesse vicinanze. La mia era una specie di re- trosoffitta, con un tetto inclinato, dominante il piacevole panorama d’un deposito di legname, e quando ne presi possesso, pensando che i guai di mr. Micawber erano giunti alla crisi finale, mi parve di trovarmi quasi in un paradiso.

  Per tutto questo periodo io lavoravo da Murdstone e Grinby sempre nello stesso modo, e con gli stessi volgari compagni, e con la stessa sensazione di prima, di una degradazione non meritata. Ma mai, certamente per mia fortuna, feci una sola amicizia, o attaccai a parlare con qualcuno dei numerosi ragazzi che vedevo giornalmente recandomi al magazzino, uscendone o passeggiando per le strade durante l’ora del pasto. Conducevo la stessa ritirata ed infelice esistenza; e la conducevo nello stesso modo solitario e autosufficiente. I soli mutamenti che ricordo consistevano principalmente nel fatto che ero diventato più trasandato, e in quello che ero ormai sollevato dal peso delle preoccupazioni per mr. e mrs. Micawber; perché alcuni parenti o amici si erano impegnati ad aiutarli nell’attuale congiuntura, e così vivevano più comodamente in prigione di quel che avevano vissuto a lungo fuori di lì. Adesso prendevo i pasti con loro, in virtù d’un accordo di cui non ricordo i dettagli. Ho anche dimenticato a quale ora si aprissero i cancelli al mattino, per consentirmi di entrare; ma ricordo che ero spesso in piedi alle sei; e che il mio posto favorito, andando a zonzo, durante gli intervalli era il Ponte di Londra, dove ero solito sedere in una delle nicchie di pietra guardando la gente che passava, o guardando dalla balaustra il sole che brillava sull’acqua, e illuminava la fiamma d’oro sulla cima del monumento. L’orfana mi raggiungeva lì a volte, per sentirsi raccontare alcune meravigliose storie sui moli e sulla torre; delle quali non posso dire altro che spero che ci credessi io stesso. La sera solevo recarmi alla prigione e passeggiare su e giù per il cortile con mr. Micawber; o giocare a con mrs. Micawber, udendo i ricordi del suo papà e della sua mamma. Non saprei dire se mr. Murdstone sapesse dove mi trovavo. Non lo dissi mai da Murdstone e Grinby.

  Gli affari di mr. Micawber, sebbene la crisi fosse superata, erano molto complicati a causa d’un certo atto notarile di cui sentivo parlare parecchio e che credo, adesso, fosse un primitivo accordo coi suoi creditori, sebbene fossi ben lontano dall’averci capito nulla; tanto che so bene di averlo confuso con quelle demoniache pergamene che si dice una volta abbiano avuto molta voga in Germania. Infine questo documento sembrò levarsi di mezzo, in qualche modo; in ogni caso, cessò di essere lo scoglio insuperabile che era sempre stato; e mrs. Micawber mi informò che la “sua famiglia” aveva deciso che mr. Micawber dovesse chiedere la sua liberazione, in base all’“Insolvent Debitors’ Act”, e quindi avrebbe dovuto essere liberato, essa si attendeva, in circa sei settimane.

  «E allora», esclamò mr. Micawber, che era presente, «non dubito che, grazie al cielo, potrò presentarmi al mondo a testa alta, e vivere in modo del tutto nuovo, se… insomma, se tutto cambia…». Per essere pronto a qualsiasi cosa potesse accadere, ricordo che in quel periodo mr. Micawber compose una petizione alla Camera dei Comuni, chiedendo una modifica alla legge dell’imprigionamento per debiti. Metto giù questo ricordo qui perché è per me stesso un esempio del modo nel quale io infilavo i miei vecchi libri nella mia vita così trasformata, e costruivo storie per me stesso, sulle strade e sugli uomini e le donne; e come alcuni importanti elementi del mio temperamento che inconsciamente

  sto sviluppando nello scrivere la mia storia, come almeno suppongo, si formassero per gradi durante tutto ciò.

  V’era un circolo nella prigione, del quale mr. Micawber, nella sua qualità di gentiluomo, era una grande autorità. Mr. Micawber aveva presentato la sua idea della petizione nel circolo, ed il circolo lo aveva approvato con entusiasmo. Perciò mr. Micawber (che era un uomo d’ottima indole ed estremamente attivo per qualsiasi cosa che non fossero i suoi affari, e mai tanto felice come quando si occupava di qualcosa che non poteva dargli alcun profitto) si mise al lavoro alla petizione, la scrisse, la sviluppò in un enorme foglio di carta, la distese su un tavolo e aveva fissato un’ora in cui tutti i membri del circolo e tutti coloro che si trovavano entro quelle mura potevano, se volevano, recarsi nella sua stanza per firmarla.

  Quando sentii di questa imminente cerimonia, ero così ansioso di vederli venire tutti, uno dopo l’altro, sebbene conoscessi già gran parte di loro e loro conoscessero me, che ottenni un’ora di permesso da Murdstone e Grinby, e mi misi in un angolo a tale scopo. Quando la maggior parte dei principali membri del circolo poté entrare nella piccola stanza senza riempirla, schierata dietro mr. Micawber davanti alla petizione, il mio vecchio amico il capitano Hopkins (che si era lavato, per onorare una tale solenne occasione) si avvicinò ad essa e cominciò a leggerla a tutti coloro che non ne conoscevano il contenuto. La porta venne allora tenuta aperta, e tutta la popolazione cominciò ad entrare, in una lunga fila; parecchi attendevano fuori, mentre uno entrava, metteva la sua firma e usciva. Ad ognuno il capitano Hopkins chiedeva: «L’avete letta?», «No», «Volete udirla?». Se debolmente costui mostrava la minima disposizione a udirla, il capitano Hopkins con una profonda e sonora voce gli somministrava ogni parola che vi si trovava scritta. Il capitano l’avrebbe letta ventimila volte, se ventimila persone avessero voluto ascoltarla, una alla volta. Ricordo una certa modulazione soddisfatta che dava a frasi come «I rappresentanti del popolo riuniti in Parlamento», «I vostri richiedenti si rivolgono umilmente all’onorevole Parlamento», «Gli sfortunati sudditi della Sua Graziosa Maestà», come se le parole fossero qualcosa di corposo nella sua bocca, e di sapore delizioso; intanto mr. Micawber ascoltava con un poco della vanità dell’autore, e contemplava, non con severità, le grate del muro opposto.

  Passeggiando avanti e indietro, quotidianamente, tra Southwark e Blackfriars, dove passeggiavo intorno all’ora del pasto per quelle strade oscure, le cui pietre dovrebbero, per quel che ne so, serbare ancora le impronte dei miei piedi infantili, mi chiedo quanta di quella gente nella folla che in quel momento mi sfilava davanti, all’eco della voce del capitano Hopkins, non c’è più.

  Quando i miei pensieri tornano indietro a quella lenta agonia della mia infanzia, mi chiedo quante delle storie che inventavo su quelle persone si posano come una nebbia fantastica su fatti ben ricordati! Quando percorro la vecchia strada, non mi meraviglio se vedo e compiango un innocente e romantico ragazzo che cammina davanti a me, che costruisce il suo mondo fantastico su così strane esperienze e tra cose così sordide.

 

¹⁷ Patata Farinosa.

¹⁸ Canzone popolare dell’Ottocento inglese.

¹⁹ La celebre prigione londinese per debitori insolventi.

²⁰ Gioco di carte.

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